Voce, dimmi di più

In una città dove piove quasi sempre, in una casa a pochi passi dalla stazione, Marcel aspetta che arrivi Ale. Marcel è un architetto che viene dalla campagna, ama le linee e le cattedrali soprattutto. Ale è più giovane, si prostituisce e non si aspetta di innamorarsi. Marcel cerca invece qualcosa per cui perdere il controllo e deragliare.

 

Binari è il primo romanzo di Monica Pezzella, uscito per TerraRossa nella collana Sperimentali. Una settantina di pagine, periodi che vivono di ricorsività e poca punteggiatura, una «Voce» narratrice e protagonista che, però, non sa tutto.

 

«Bisogna ammettere, adesso, che è esistito un incalcolabile momento durante il quale questa Voce ha guardato da un’altra parte ruminato l’idea di qualcos’altro. Deve dirsi la verità, questa Voce. La verità è che li ha odiati entrambi ma non c’è mai stato niente che ha voluto di più e se ha cercato ovunque quello che cercava erano comunque loro».

 

L’ambientazione quasi noir di questo romanzo breve – pioggia, finestre, solitudine, stazioni – si intona con il destino delle relazioni: la Voce che torna sempre a Marcel e Ale; i due che si aspettano, e quando si trovano cercano la carne, la fusione tra i corpi a letto, senza parlarsi. L’architetto guarda la vita dalla finestra: è una persona «normale», questo piace ad Ale, che lo raggiunge sempre, senza annunciarsi, in tram. Dei treni che fanno manovra fuori da casa sua, Marcel pensa che se ne possono cambiare le estremità ma il corpo rimane lo stesso, e che l’unica libertà è quella di cambiare rotta, avanti e indietro in eterno.

 

L’isolamento spaziale, nella casa e nella città senza nome, è anche indistinzione temporale, grazie all’uso del condizionale (futuro-nel-passato e passato-nel-futuro: «Marcel si sarebbe sentito quasi stupidamente più tranquillo a ripensarci poi»), e a un’altra decisione della Voce: i quattro capitoli, come vagoni ricomposti secondo altro ordine, sono «Fine», «Prima», «Dopo», «Inizio».

 

Entrambe le soluzioni, stilistica e di titolazione, potrebbero suonare pretenziose, e a volte la linea viene passata: non sempre l’apnea dei periodi sciolti (o, al contrario, delle frasi nominali) è a tempo, e lo stile – non esattamente nuovo – riscatta un racconto povero di asperità solo nei momenti in cui Marcel si avvicina a ciò che teme e desidera: perdere il controllo, cercare davvero l’altro o la vita.

 

Nei passaggi più riusciti l’incertezza della Voce, sommata alle indicazioni temporali rimescolate dei quattro capitoli, apre a una possibilità: niente avviene in un momento preciso, o meglio, volutamente imprecisa è la relazione tra gli eventi nel tempo, e adesso è potenzialmente sempre.

 

«Marcel sta realizzando: Invidiamo la felicità, che importa se per un evento una serie di eventi tutta una vita che neanche desidereremmo avere, matrimonio figli carriera cose amore eterosessuale amore bisessuale, è la felicità in sé che invidiamo. E che importanza può avere dove si va a finire? Non è felice, adesso?»

 

La Voce (la parola, il racconto) può riuscire a sospendere i momenti, tagliare e cucire la linea del tempo, evitare che al prima segua il dopo, alla malattia la morte, alla felicità la noia o il nulla.

 

Non è detto che a questo romanzo breve sia d’aiuto il paratesto: TerraRossa è una piccola casa editrice che punta su due collane, una (Fondanti) dedicata a romanzi recenti ormai introvabili di autori che hanno rinnovato il panorama letterario, l’altra (Sperimentali, in cui è inserito il romanzo di Pezzella) a opere inedite capaci di affrontare temi attuali attraverso una ricerca stilistica originale. C’è una ricerca, in Binari, ma la storia e lo stile sono più normali di quanto ci si aspetti, anche se questo potrebbe non essere un difetto: se leggiamo la quarta di copertina proposta da Paterlini nella sua rubrica “Testo a fronte” su Robinson (I risvolti di copertina come sono e come dovrebbero essere per sapere cosa c’è davvero in un libro), la vicenda di Marcel e Ale viene proposta con imbarazzante normalità (e incisività): «Una confusa storia d’amore tra due uomini, confusa perché loro sono confusi. Una storia d’amore e morte». Paterlini sottolinea poi lo scollamento tra «una scrittura che suona artificiosa» e la «materia più incandescente che ci sia».

 

Leggendo Binari, si ha il sospetto che la sperimentazione allontani dalla materia umana, e indugi in un astratto gioco sul tempo e sulla lingua, che riesce coinvolgente solo quando accostato a un elemento vitale. Così, la ripetitività ansiosa di alcuni segmenti toglie aria ai tentativi di conoscersi dei due uomini, e ai pensieri stessi di Marcel. Quasi contro il volere della Voce, questi pensieri si fanno a volte piacevolmente sentire, come quando il corpo di Ale nudo sopra di lui gli risulta «inconoscibile», o quando (dopo una strana riflessione a più voci su eros, agàpe e storgé) Marcel pensa a cosa si è rivelato per lui l’amore:

 

«Eccitazione e autocommiserazione, e un senso di ridicolo per entrambe».

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