Ogni cosa è bellissima, e io non so che dire

Un gruppo di persone sdraiate su un prato. È questa l’immagine con cui, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, Dostoevskij e Manet riassunsero i vizi della borghesia francese. I parigini delle Note invernali su impressioni estive sembravano appena usciti dalla Colazione sull’erba: gente irrequieta alla ricerca di un giudizio, di un’occhiata (nel caso del dipinto, di un osservatore) desiderosa di sembrare «più naturale, più vicina alla natura».

In una tavola del suo fumetto d’esordio (pubblicato in Italia da Edizioni Atlantide), Yao Xiao è distesa sull’erba e si riposa, cercando di dimenticare i timori che ci ha appena confidato, senza chiedere l’approvazione di nessuno. Da quando ha riscoperto sé stessa, da quando ha intrapreso il viaggio nelle profondità del proprio “peccato” agli occhi della società (è immigrata negli Stati Uniti e per di più è bisessuale), Yao si è accorta che tutto ciò che la circonda è bellissimo, e ora non ha più paura di nulla.

E in effetti Ogni cosa è bellissima, e io non ho paura è anche il titolo del suo fumetto, un’antologia che raccoglie alcuni episodi apparsi nel webcomic dell’autrice, tenuti insieme da splash page di raccordo che rendono la narrazione più organica. Già dall’utilizzo ripetuto di questa tecnica, che nella grammatica del fumetto indica in genere una stasi o un momento topico della storia, Yao dimostra di volersi lasciare alle spalle il proprio passato, rappresentato dalle storie brevi apparse sul blog, caratterizzate da un utilizzo più tradizionale del linguaggio (le classiche tre strisce per pagina) e quasi del tutto prive di sperimentazione. Raccolte in un’opera che vuole essere univoca e con la quale l’autrice traccia un bilancio di sé in una sorta di autoanalisi, ne diventano l’esperienza di base. È solo nelle vignette più grandi che potrebbe emergere l’esemplarità pedagogica di questa esperienza, ed è sempre lì, in quelle splash page, che lo “scavo” dovrebbe acuirsi, ma, purtroppo, il più delle volte, questo cede il posto a una morale non del tutto insincera ma sicuramente gratuita – in definitiva l’unico nervo scoperto dell’opera.

Analizzati singolarmente, invece, i vari momenti narrativi offrono spunti visivi interessanti, a cominciare dal colore e dal lettering. In un momento in cui Yao spiega quanto sia difficile essere donna in un paese conservatore come la Cina, la messa in pagina è essenziale e simbolica: sulla destra, la protagonista viene ripresa nel suo percorso di crescita (da appena nata a com’è adesso) e reagisce alle provocazioni di qualcuno (sulla sinistra) che è sempre fuori campo, forse una figura femminile che si evolve con lei, come intuiamo dalle nuvolette color rosa, a suggerirci come il pregiudizio di genere sia ancora vigente e come spesso, nei casi più odiosi, provenga dallo stesso genere che ne è vittima, a prescindere dall’età.

Allo stesso modo, alcune pagine prima, ricordando una storia d’amore finita male, una frase del testo va improvvisamente “a capo” («L’ho capito allora/accanto a te»), evidenziando anche sul piano visivo la brusca rottura del legame. Nulla di nuovo, sia chiaro, ma che giunge completamente inaspettato e gradito, in un’opera altrimenti molto omogenea che nel bene o nel male punta sempre sulle stesse tematiche: inclusività e accettazione.

La prima tavola qui sopra riassume la condizione di vita della ragazza, costantemente in bilico tra meravigliose aspettative (l’immagine riflessa nell’acqua) e le dure realtà con cui deve fare i conti. A un primo sguardo non si nota, ma il riverbero va oltre lo specchio della pozzanghera, coinvolgendo le due figure sulla sinistra. La prima, in alto, triste e dubbiosa, si domanda come fare ad andare avanti; la seconda, gioiosa e spensierata, dice di trovarsi qui da sempre e sa perfettamente qual è il suo posto nel mondo. Si specchia anche l’orientamento delle parole: il lettore deve ribaltare il libro per poterle leggere correttamente, segno che per raggiungere la “felicità” bisogna fare fatica o, più semplicemente, cambiare il modo in cui si guardano le cose, divergere dalla prospettiva comune.

L’immagine riflessa, insomma, non è altro che un bivio, un crocevia essenziale per raggiungere la vetta, che l’autrice pone quasi a metà libro, su una pagina di destra, affiancata da un altro racconto allegorico sui temi delle radici e della crescita, complementari a quelli della superficie e dell’indecisione propri dell’idea di “specchio”.

La scelta dei fatti da raccontare, degli episodi di vita che Yao ripercorre, è importante tanto quanto lo stile con cui vengono rappresentati. Alcuni di questi ricordano LMVDM, di Gipi, sia nella sostanza che nella forma. La somiglianza tra i due lavori emerge chiaramente fin dal titolo: nel 2008, La mia vita disegnata male era stata un punto di svolta per l’autore toscano, che aveva cominciato a parlare di sé e del proprio percorso di crescita, in famiglia e nelle relazioni. Per quanto diversissimo, anche il rapporto che l’autrice ha con sua madre è conflittuale e destinato a infrangersi più volte – proprio come per Gipi, che però era in grado di tenerlo vivo anche quando la storia si concedeva lunghe digressioni, riprendendolo dal nulla, magari dopo una ventina di pagine. Qui, invece, nonostante compaia pochissimo e pronunci solo un paio di battute, la mamma della protagonista è una presenza fissa che influenza la storia più per quanto ci viene detto che per quanto ci è permesso di vedere.

Nella seconda metà della tavola di Gipi (riprodotta qui sopra), la ripetizione del punto di vista serve a prendere le distanze dal frangente paradossale (una madre che non ha paura per l’avvenire del figlio), volgendo in farsa la scena.

Anche nell’ultima tavola di Yao (riprodotta qui sotto) il punto di vista non cambia, ma solo perché tra i due personaggi si è ristabilita una condizione paritaria e i valori che li dividevano si scoprono frutto di un’incomprensione. La loro relazione sta diventando più aperta, più trasparente, come ci suggerisce l’orientamento delle figure a portata di sguardo; nel mondo di Gipi, invece, non c’è ancora spazio per le riconciliazioni e il rapporto tra i due non ammette inquadrature frontali.

L’unico aspetto che accomuna i due autori, del resto, non è la capacità di raccontare con ironia storie drammatiche senza sminuire la portata della tragedia, come sa fare benissimo Gipi, o spostare il discorso etico sul piano metafisico dell’allegoria, come tenta di fare Yao, ma più in generale ottenere sempre il massimo dalla forma, sapendo cosa offrire a chi legge per non scadere nella semplice e sterile testimonianza ombelicale.