Questo non è un riassunto di Dark

Alla trama di Dark in quanto tale è pressoché impossibile riferirsi in modo esauriente e, quindi, non ne parlerò che per accenni: l’eterno presente in cui si svolge annichilisce la possibilità d’inserirsi in un qualsiasi evento senza coinvolgere all’istante tutto il resto, e da qui la volontà di non rovinarne il gusto e la visione. Una copiosa produzione di video e articoli esplicativi è fiorita in rete attorno alla serie e in un mio pezzo che precedeva l’uscita della terza e ultima stagione ho rintracciato i presupposti culturali e filosofici della serie, cui rimando gli interessati. Questo vuole essere piuttosto un bilancio e, al tempo stesso, un invito rivolto a chi non abbia ancora avuto il coraggio o l’occasione di calarsi in Dark.

 

Sebbene Dark si presenti come la serie oscura per antonomasia, è tuttavia una sensazione luminosa quella che accompagna il ricordo di chi l’abbia interiorizzata, di chi sia riuscito a digerirne l’inevitabile terrore, perché la luce che ne resta, al fondo, è il bagliore di una speranza che dice: «Le idee vivono ancora». Personalmente, quando la lapide degli ultimi titoli di coda ne ha segnata la fine, ho provato la tristezza opaca del sogno che ti lambisce a mezzogiorno, simile allo sconforto. Ad essa si è aggiunto poi lo sconcerto, suo paredro, e per la privazione improvvisa e per il lascito amaro. Ma, dopo molto parlare e ancor più pensare, Dark ha assunto i contorni sfuggenti e mutevoli del bello nella sua veste elegante in cui le emozioni, intessute a tinte forti, risaltano sullo sfondo di una trama intellettuale. Guardare questa serie è come scivolare, dapprima impercettibilmente e poi precipitando, nelle creste tortuose di un cervello che con vigore afferma la sua esistenza e la sua unitaria unicità. Facile smarrirsi.

 

 

Una grande allucinazione sul tempo, potremmo definirla. Dialoghi ermetici, lapidari, sentenziosi accompagnano l’avvolgimento prima e lo svolgimento poi dei fatti raccontati, senza mai scadere nell’errore didascalico di chi teme l’incomprensione. I creatori di Dark hanno lavorato all’unisono, e di quel lavoro si percepisce la fatica: l’esito è uno squillo cristallino; chiedono a gran voce uno sforzo che sulle prime ci appare insensato, abituati come siamo al facile intrattenimento.

 

Tre stagioni annunciate, tre stagioni girate. Un’idea chiara condotta ai suoi estremi e le cui naturali e dirette conseguenze sostanziano diramazioni e radici. La fine, già contenuta nell’inizio. La storia di Dark sembra ammiccare anche alla sua stessa realizzazione e ai suoi effetti, con quel procedimento metapoetico che è proprio di ogni grande creazione dell’uomo: tre mondi sovrapposti attraversati da un asse verticale che li mette in comunicazione, la realtà che si biforca prima per poi triplicarsi, e la critica esplicita al dualismo della razionalità umana concorrono a porre in parallelo lo stupore di personaggi e spettatori, sovrapposti anch’essi con un procedimento coinvolgente e progressivo. Alla base sta più la volontà di dire che quella di fare, ed è questo un punto su cui non si insisterà mai a sufficienza: Dark è la drammatizzazione di un concetto, non una storia esemplificativa. Nel mare magnum delle produzioni odierne, costellato di mozziconi per noia fumati solo a metà e di rocambolesche narrazioni la cui stolida ipertrofia finisce per farle assomigliare al golem del folklore ebraico, Dark riluce come il faro sull’isola. I principî cui si sono ispirati i suoi creatori possono essere definiti geometrici, con tutto il carico di razionalità che il termine comporta, e le linee sono mantenute entro confini ridotti. Sei Shōnagon, poetessa giapponese del decimo secolo, disse che ogni cosa piccola è bella, e, anche a non voler consentire con lei in tutto e per tutto, dovremo pur riconoscere che, artisticamente, un’idea soffre non poco l’operazione di stiramento cui viene spesso sottoposta come sulla tavola di una moderna cremagliera.

 

 

In Dark c’è una buona dose di sdegno, di quello sdegno coraggioso che nasce dalla profonda consapevolezza d’identità. Dice chiaramente di essere così com’è e che non cambierà. È per questo che non può e non potrà mai piacere a tutti, o veder germogliare attorno a sé il culto tributato ai creatori d’universi, perché il demiurgo tedesco è essenziale, lirico quanto è lecito sopportare e filosofico. Ti invita a guardare nuovamente in cerca d’indizi, non a continuare indefinitamente verso un estremo che non si sospetta neppure. Non una parola andava aggiunta, né uno sguardo sottratto. Delle molte serie che nella personale sensibilità di ognuno vanno sotto l’etichetta del bello, questa, superba ed elegante, sicura e limata nella sua alterità, è forse la più splendida, certo la meno probabile. Dark impartisce al business delle serie tv una sonora lezione a base di concretezza, coerenza e visione architettonica, non si preoccupa di ammiccare a ciò che esiste al di fuori di lei (fatta eccezione per qualche raro nome di città, ogni cosa che si vede e si sente è Winden): ci si abitua a credere che l’intera esistenza umana possa venir ricompresa negli intricati lacci emotivi che saldamente avvincono le generazioni dei personaggi. Ed è vero.

 

Non manca neppure una base scientifica, ch’è però più giustificazione filosofica che equazione impossibile. Senza questa base, la serie inevitabilmente finirebbe con l’approssimarsi a uno di quei fantasy autoportanti, cupole nel deserto di sabbia su cui regnano in solitudine. Di contro, le possibilità aperte dalla teoria quantistica offrono l’appiglio che radica nel reale avvenimenti e personaggi, e questi ultimi, animati da un cast tra i più credibili, soffrono e si dibattono su una cortina di tenebre che si fa vieppiù pesante. Se un accostamento è possibile, Dark mostra una consonanza sotterranea con Interstellar, l’immenso film di Nolan uscito nel 2014, con il quale condivide l’attenzione verso il dramma dell’uomo posto di fronte all’assurda tirannia di un tempo che prende pieghe incurvate e si abbatte violento sulla genealogia. Una delle scene culminanti (o forse la scena culminante) del film, quella che apre le cateratte del cielo, ritrae senza veli la disperazione di un padre (Matthew McConaughey) che vede gli anni di sua figlia scivolargli davanti in poche ore del suo tempo. La conclusione – ben nota – opporrà nuovamente i due, ma la differenza d’età risulterà invertita, con il padre (immutato) al capezzale della figlia morente. Per quanto si apprezzino buchi neri e paradossi, navi spaziali e titaniche maree gravitazionali, intuiamo come al centro del film siano il rimorso di un uomo e le sue lacrime. Altrettanto scandalose si rivelano alla nostra mente le dinamiche generazionali che vengono filate sul telaio di Dark, andando a infrangere tuttavia (e qui sta la peculiarità) le certezze relazionali, le certezze di sangue (che sono le prime e più intime) dei molti personaggi della serie: un unico albero genealogico ospita sui propri rami vite in apparenza autonome e i due lati si incontrano al centro, affinché tutto rinasca nuovamente. Ma vi è un fattore imprevedibile rappresentato dalle più umane facoltà: menzogna, amore. Staccare un individuo dal suo “oggi” e donargliene (o imporgliene) un altro ch’è per lui nondimeno “oggi”, equivale a frazionarne l’identità, a disseminarne l’anima e a violentarne la volontà.

 


Per fortuna il caos artatamente generato viene in Dark sciolto in semplicità. Certo, molte ore di visione ed elucubrazione saranno trascorse, ma la ricompensa sarà limpida, amarognola, occamiana. L’umano continuerà a campeggiarvi dall’inizio alla fine, sarà soggetto, oggetto e giustificazione, il sentimento guiderà in ultima istanza l’agire fratto e al contempo legato delle personalità intrecciate la cui battaglia si combatte non di rado contro un altro sé.

 

Nell’articolo precedente mi chiedevo in conclusione se la ricerca dell’incastro originario che dà vita al congegno di Dark si sarebbe spinta verso Dio o qualcosa di ancor più misterioso: se Dio è veramente amore, la distanza non è poi molta.

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