Custode dell’isola, custode della memoria: Le isole di Norman

«Papà, che fine fanno le strisce dei cinghiali quando diventano grandi?», gli aveva chiesto.

«Restano sotto al pelo, amore, per questo non si vedono», aveva risposto lui.

La bambina aveva annuito, meditabonda. «Allora anche io voglio la pelliccia», gli aveva detto infine, sollevando la camicia da notte sulla coscia, a mostrare le isole, chiazze violacee e gonfie.

 

Il libro di Veronica Galletta, Le isole di Norman (Gaffi-Italo Svevo) vincitore del Premio Campiello Opera Prima 2020, è una storia sulle mappe, sulle cicatrici, sulla memoria, sui silenzi e, soprattutto, sulle isole. Elena ha vent’anni, vive a Ortigia, vuole studiare geologia e ha degli arcipelaghi sulla schiena e sulle gambe. Non ricorda ogni dettaglio di quel terribile incidente avvenuto quando aveva quattro anni, ma non ha dimenticato il rumore del suo corpo che cade a terra e la pentola d’acqua bollente rovesciarsi addosso; non ha dimenticato il lenzuolo bianco con cui è stata coperta, né il bambino dispettoso che nel reparto ustionati le spostava le costruzioni. Non ha dimenticato l’odore della pomata che la Signora le applicava sulle cicatrici con una piuma di gallina: era una mistica figura di matrona siciliana che «curava tutti, con le erbe. Una ricetta segreta. Ustioni, ma anche malattie della pelle in genere. […] La Signora curava, e non voleva niente». Non ha dimenticato il dolore. Ci sono immagini che però non riaffiorano e domande a cui i suoi genitori, che hanno sprangato con il silenzio la porta che conduce al ricordo, non sanno rispondere.

 

Sua madre e suo padre dormono in camere separate ormai da tempo: un cambiamento silente a cui nessuno in casa ha dato peso, per cui non sono dunque state spese molte parole. La madre di Elena, Clara, vive chiusa nella sua stanza da cinque anni, esce poco, passa il tempo curando i fiori, il basilico nero e leggendo: entrando in quella camera, le poche volte che la trova vuota, Elena crea delle mappe analizzando la disposizione dei libri nella stanza, che non è mai casuale e si rivela l’unico modo per studiare l’umore della madre Una battaglia navale che Elena ingaggia con Clara nella speranza di proteggerla, di conoscerla meglio e di capirla, questa donna tanto bella quanto distaccata. Posizionare sommergibili su un foglio quadrettato è per Elena – che fin da piccola ama L’isola del tesoro – una terapia: con una mappa in mano, la vita sembra solcare acque più limpide.

 

Entrambi i suoi genitori sono presenze mancate: infatti, come Clara, anche Michele è distante, sogna la rivoluzione che da ex militante comunista non è riuscito a veder nascere. Neanche Elena, all’inizio, sembra accorgersi dell’imminenza di un evento in fondo predicibile: la scomparsa della madre. Tornando a casa, un giorno di ottobre, Elena avverte un insolito silenzio e si precipita subito in camera di Clara: trova «solo un piccolo, tranquillo mare di libri, lasciati là da chi ha mollato gli ormeggi», mentre lei stordita si getta a terra, ripetendosi che non era così che sarebbe dovuta finire. La madre ha portato via con sé poche cose, tra cui quel grande vaso di basilico nero. Le prime ricerche con Michele partono dal porto, tra gli scogli, con l’angoscia di veder spuntare da qualche parte il polso esanime di Clara, come in un quadro di Caravaggio o nella Morte di Marat. D’improvviso Elena, ricontrollando dalle mappe la disposizione dei libri in camera di Clara negli ultimi mesi, capisce che avrebbe dovuto prevedere quella fuga, anticipare sua madre. Il lettore non è tenuto a sapere come sia possibile decodificare una mossa o un silenzio grazie alla posizione di pile di libri. Elena lo sa, conta solo questo, e il lettore non può che fidarsi e accompagnarla per l’isola di Ortigia nella febbrile ricerca di punti in cui depositare i libri di sua madre, come briciole per trovarla, accertarsi che stia bene e, infine, sentirsi libera.

 

Elena non riesce a star ferma e a smettere di classificare, ordinare tutto come si fa con i minerali: sua madre, suo padre, Ortigia sono pietre che stringe in un pugno. Sente di essere la guardiana dei volumi di sua madre, di una casa che sembra una nave alla deriva, di un padre che frigge melanzane ogni giorno e trascura il diabete. Ma soprattutto, Elena è la caparbia custode di Ortigia, quest’isola collegata a Siracusa con un ponte, in cui vivono solo gli ultimi nostalgici, perché la devi amare per restarci, la devi scegliere e «solo abitandola quotidianamente, accettandone le contraddizioni e affidandoti a lei, Ortigia si rivela, come una cura». L’isola sembra sempre fatalmente deserta, popolata per lo più da gatti e cani: le vie e le piazze che Elena attraversa sono luminose, lattee, pietre bianche che fronteggiano il grecale. I pochi incontri che fa sono stravaganti: Filippo, l’uomo che vive sotto casa loro e ripara le lavatrici, le insegna che nella vita bisogna avere una visione d’insieme per vedere le cose meno sghembe; poi c’è Pietro, il ragazzo che dipinge l’Isola e la prende per mano; Biagio, che vive su un albero come il Barone rampante, e infine la donna che, poggiata su una ringhiera che dà sul mare, aspetta il ritorno del figlio e promette a Elena di consegnare alla madre un libro.

 

Le altre isole protagoniste di questo romanzo sono i cheloidi formatisi sul corpo di Elena dopo quell’incidente con la pentola d’acqua: così il trauma assume le sembianze di una storia d’avventura e quelle cicatrici prendono i nomi di Lilliput e di Atlantide, simboli da esibire con orgoglio a scuola perché, quale altro bambino può vantare delle isole del tesoro disperse sul proprio corpo? La narrazione si alterna e così, parallelamente alla ricerca di Clara e alla personale battaglia navale di Elena, viene ripercorso il giorno dell’incidente e quelli immediatamente successivi. La fuga della madre ha riportato a galla un evento che pure è lì, sotto i polpastrelli, sulla schiena e sulle gambe. Elena lo vede, quel giorno, ma è sfocato, non lo afferra del tutto, le sfugge qualcosa. Scoprirà quanto sia azzardato ma inevitabile ripercorrere un ricordo per lasciarselo alle spalle e, infine, attraversare il ponte con le mani più leggere.

 

Le isole di Norman è un libro su cui si potrebbero spendere molte più parole, molte più ore: una di quelle storie delle quali inizi a parlare all’alba e ti interrompi a notte fonda, con più idee e suggestioni di prima. Narra della memoria, ma anche del bisogno di andare avanti, della necessità di staccarsi dalla propria isola, della paura di farlo; narra di affetto filiale ma anche di genitori anomali; narra soprattutto di acqua, di rocce, di segni sulla pelle. Veronica Galletta ci fa scoprire una Ortigia che conosce solo chi l’ha vissuta in autunno, nelle sue vie meno conosciute, negli orari più improbabili. È un’isola che nasconde, che sorprende e sembra accogliere un’umanità abbandonata, disprezzata, malconcia, eppure assennata, densa. La scrittura ha un che di liquido, il lettore è trascinato ma con calma. Le parole lo cingono e lo accarezzano – come fa l’acqua quando si sta a galla – e lui non può fare a meno di persuadersi: io da qui non esco. È raro imbattersi in storie dalle quali non si vuole uscire e personaggi ai quali non si vuole dire addio. Ma quando capita è come galleggiare a riva col sole che ti scalda il viso: un piacere.

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