Di lapilli, manoscritti e trivelle. Un canto di risveglio

Quando il Katla alza polveri e la voce – è il 1755 – dall’Islanda si scatena una potenza tale da sprofondare l’Europa in un cupo terrore (Lisbona paga il prezzo più alto); la remota e periferica isola di ghiaccio e lava si affaccia nuovamente dalle quinte della Storia, dopo secoli profondi di giganti, rune e draghi.

 

L’eruzione del vulcano venne raccontata con piglio pliniano dal pastore protestante Jón Steingrímsson, figura semileggendaria a fondo radicata nel folklore islandese (Pastore del Fuoco fu chiamato, per un miracolo attribuitogli nel 1783) e qui rielaborata nel romanzo epistolare a senso unico di Ófeigur Sigurðsson, poeta e narratore insignito del Premio dell’Unione Europea per la Letteratura nel 2011 proprio con Jón. Il libro (il primo dell’autore tradotto in Italia, uscito quest’anno per Safarà Editore con la traduzione di Silvia Cosimini) esprime sin dal titolo il suo eclettismo: JÓN & le missive che scrisse alla moglie incinta mentre svernava in una grotta & preparava il di lei avvento & dei nuovi tempi. Arcaizzante, esorbitante, ma proteso.

 

Stilisticamente ardito, il romanzo corre sulla propria lingua rapida e composita e si getta da altipiani ghiacciati come una colata di lava, mostrando in questo una prima e cruciale caratteristica, ch’è tanto della forma quanto del contenuto: la corrispondenza dei ritmi umani e di quelli naturali. La scrittura rispecchia il caos del rinnovamento, la febbre del trapasso dei tempi antichi nei nuovi; il registro vi si adegua e sotto uno strato fresco, di campo, si aprono a chiazze i colori del mondo che muore. Apro una pagina a caso e leggo «dugento», «intieri», «quindecima», «palagio».

 

Non bisogna scavare poi tanto per rendersi conto che l’universo in cui Jón si muove è fondato sulla reciprocità di luoghi e persone: nella prima missiva (ventotto saranno in totale e tutte, come recita il titolo, indirizzate alla moglie Þórunn) si legge: «La terra è una creatura vivente. Un corpo». Questa è la prima strettoia, la prima gola il cui attraversamento rilascia significato, come la sorgente che scioglie minerali e sapore. Altrove ci imbattiamo in un abbozzo di determinismo ambientale, poco dopo nella teoria dei quattro umori, entrambi elementi cardine della scuola medica fondata da Ippocrate nel V secolo avanti Cristo… Il linguaggio del corpo umano viene spesso attribuito al Katla, che così rutta, scoreggia, tace, sputa e ha viscere. Non è una natura idealizzata quella islandese, è una natura terribilmente seria e magnifica, insieme alla quale si vive e si muore. (Forse questo libro Leopardi l’avrebbe letto con gusto).

 

Ben presto emerge anche il procedimento cardine della scrittura di Sigurðsson, quel continuo e fluido trapasso della prosa nella poesia e viceversa, segnalato da una sparizione e una comparsa: la punteggiatura svanisce, crollano le gabbie del pensiero e dalle loro macerie s’invola il verso libero, non appena un sentimento e un’emozione prendono possesso della mano del pastore che chino, assieme a suo fratello Þorsteinn nella grotta dove dimorano, scrive e scrive e scrive, mentre la nube di cenere, fuori nel cielo, si addensa e sale per mesi che sono grigi. E se tutto questo continua a emanare bellezza, è merito di chi ha tradotto non meno di chi ha creato: legati come anelli di una catena sono il mondo naturale, Jón, il suo libro, Sigurðsson e Cosimini.

 

Dei molti temi affrontati – o anche solo accennati e che a volte rischiano di frantumare l’unità del libro – quello della scrittura si impone per pervasività e coerenza. Ogni parola che leggiamo è vergata in quella grotta, e tra quelle missive ci si imbatte volentieri in racconti che hanno al proprio centro un libro: Jón traduce, copia, rilega, impermeabilizza, studia, ama quei veicoli insostituibili di cultura con i quali vorrebbe far progredire i suoi connazionali, sudditi della corona danese dal 1380 (l’Islanda si costituì Stato sovrano nel 1944) e ancor timidi spettatori di una Storia la cui distanza va calcolata in pensieri più che in miglia. L’illuminismo irraggia dalla Francia la sua promessa di verità (un certo enciclopedismo si respira qua e là), ma quella luce vuole oscurare Dio come il sole la luna. Tuttavia Jón crede, è un uomo di chiesa (benché allontanato dalla sua parrocchia per un’accusa d’omicidio e perciò ramingo) e un teologo.

 

Attorno a lui s’avvicendano con più stabilità, oltre al fratello che senza posa costruisce, tre personaggi che incarnano istanze del pensiero e della cultura: lo sceriffo generale Skúli Magnússon ed Eggert e Bjarni (collettivamente individuati dalla sigla allusiva E&B, che parla di un futuro non troppo remoto a base di società, abbreviazioni e partnership), membri dell’Accademia delle Scienze di Copenaghen e collaboratori saltuari di Jón. Lo sceriffo preme, nel suo incessante pattugliare e visitare e promuovere che copre tutta l’isola, affinché l’Islanda diventi economicamente competitiva sul mercato internazionale, e nel frattempo aleggia come un’ombra di vendetta attorno a Jón, indagando l’omicidio con naturalezza, mentre la sua dimora è salutata come la più moderna e notevole del Paese (significativo l’accostamento con chi abita in una spelonca); i due naturalisti vivono dei finanziamenti dell’Accademia e offrono un’immagine lievemente grottesca del mondo, appunto, accademico, e di coloro che mangiano per sapere e non viceversa, di un universo che si è chiuso dietro le mura di un edificio e non riesce più a scorgere vita intelligente nella natura, bensì leggi organiche. Ciascuno a modo proprio rappresenta già la modernità, in differenti sfumature.

 

Come vive Jón all’interno di un mondo ch’è suo ma, forse, non ancora per molto? L’episodio centrale della tredicesima missiva riassume bene la problematicità del rapporto tra Jón e la tecnologia, così come la caratterizzazione dei due naturalisti: «E&B trasportano con sé una grande trivella, è un energumeno, un manufatto che si son fatti inviare dalla Danimarca a spese dell’Accademia […] Mai m’era capitato di vedere attrezzo siffatto, gigantesco e mostruoso, un’invenzione dei troll, molti ritengono che sia opera del demonio o meglio che sia il demonio in persona […] è la trivella più grande e potente del mondo, fabbricata nella Småland da nani svedesi […] E&B ne parlano come fosse un cristiano, gli han dato il nome di Triti e l’han fatta benedire dal reverendo, adorano quell’arnese perforante come una mezza divinità». Dopo aver descritto la sofferenza dei quattro cavalli sfiancati dal trasporto dell’arnese, Jón racconta la sua oscillante esperienza: «E&B mi mostrano come funziona il Triti, lo smontano, ci vuole tutta la mattina, si divertono a dismisura col Triti e si rivolgono a lui con ogni cerimonia, si tolgono il cappello, gli mostran rispetto, gli dicono Domine tecum, Iddio sia con te monseigneur Triti, poi cominciano a trivellare, ho tentato d’esser loro d’aiuto ma mi son ferito a un dito, mi ha cagionato un male intollerabile, un metallo sì pesante mai l’avevo maneggiato, allora scanso il Triti e lo maledico, mi schiero coi cavalli, lo prendo a calci, sento un ding come di campanella e mi rompo il dito piccolo del piede, al che mi faccio in disparte e mi distendo sull’erba e guardo, indico loro di versare dell’olio di pesce su quella creatura, e bada un po’, tutto quel gran stridore e ciangolio si placa, finalmente E&B estraggono un campione di torba, io lo vedo dov’è meglio introdursi per ricavarne combustibile, poi mi fanno un pozzo come se niente fosse, allora ringrazio il Triti e lo elogio, vedo la bellezza di quel catafalco nella sua utilità». Dall’iniziale sconcerto, attraverso la rabbia, il dolore fisico e la solidarietà vivente, si giunge a un’utilitaristica ricomposizione stupefatta, che pare dar ragione al progresso e al vantaggio. Se non fosse che subito dopo la poesia in lode del Triti composta da Eggert, l’autore ci mette innanzi a un delirante incubo poetico di Jón lungo una pagina e mezza, in cui la trivella infernale veste i panni dell’inseguitore.

 

Questo è un romanzo che ha senso perché riesce a rendere simbolo la propria forza accentratrice: Jón è il simbolo di un’umanità stiracchiata fin quasi a lacerarsi tra una modernità onnivora ma opalescente (ed è quella che abbiamo incoronata) e la volontà di percorrere passi più brevi, ragionati, senza perdere significato in virtù di una corsa che si ha ansia di intraprendere, ma che potrebbe non avere altra meta che il punto di partenza.

 

C’è un’antica leggenda sull’origine del nome Katla che Jón ed Eggert discutono ampiamente: Katla sarebbe stata un’impetuosa lavoratrice in un monastero, che possedeva un paio di brache portentose in grado di conferire velocità incredibile a chi le indossasse. Un giorno il piccolo pastorello Múli le sottrasse a Katla per radunare più in fretta il bestiame e la donna, accortasene, annegò il ladruncolo in una botte di latticello. Quando, col diminuire del livello, il suo crimine stava per venire a galla, Katla fuggì via e si gettò nel crepaccio di un ghiacciaio. Alla sua morte fuoco eruttò dal monte sciogliendo i ghiacci e minacciando la valle intera. Di questa versione mitologica Jón si fa portavoce nel narrare il propagarsi delle devastazioni verso sud, fino al Marocco, che hanno termine quando la corsa di Katla si spegne, insieme a un’onda anomala, di nuovo sulle coste d’Islanda. Di quest’incursione meridionale dell’Islanda «si rammarica il nobilissimo re Friðrik V […] e porge le sue scuse al mondo e priega gli islandesi di porre un freno alle forze della natura». Ancora una volta il popolo è rappresentato dal suo vulcano.

 

Jón è l’araldo del moderno, melancolico e ripiegato verso l’interno, su sé stesso, con uno spiccato sentimento romantico e poetico per la natura e una viva propensione allo scandaglio psicologico. È in definitiva poeta. Ma è vero poeta solo chi risponde all’ispirazione. Chi è la Musa di Jón Steingrímsson?

 

Chi legga questo romanzo s’accorgerà ben presto che i nomi fioriti sulle sue pagine appartengono quasi esclusivamente a uomini – fatta eccezione per una donna bizzarra dalla fama di strega che lampeggia brevemente –, le uniche vere donne del libro sono due: Þórunn è la donna dell’attesa, dei gesti umani e della dimensione degli affetti, colei verso la quale è indirizzato ogni sforzo di questo libro (cioè ogni tratto di penna uscito dalla mano di Jón); il Katla (come s’è detto, femminile in Islandese), sempre presente in scorcio o primo piano, riversa cenere e fuoco sulla terra, ne è l’apertura e al tempo stesso il cuore possente, ai cui battiti l’uomo non può che adeguarsi avvicinando l’orecchio al suo petto erboso. La Natura è la vera donna e Musa di Sigurðsson, che vuol ricordarci come vi sia stato un momento in cui abbiamo deciso di chiudere occhi e orecchie e ritirarci a dormire. Il risveglio d’Islanda è il canto di risveglio dell’uomo, e un vulcano è il suo corifeo.

Marvin Dice su Spotify