killing eve marvin


Killing Eve: I’m not a very nice lady

Scena.

 

Una donna seduta in un cafè di Vienna mangia un gelato leccando minuziosamente il cucchiaino. Ha i capelli castani e gli occhi un po’ troppo distanti dal naso. Le fanno uno sguardo sgranato. Una bambina le sorride, e lei pure, sorride, ma qualcosa in lei parla d’altro. Il mio primo pensiero, senza sapere nulla di quello che sto vedendo, è che la ragazza sia un robot. 

 

Guarda l’orologio da polso, un pezzo da signora – poi raccatta le sue cose, paga il barista e si avvia fuori dal locale. Passando, con un gesto noncurante della mano butta il gelato addosso alla bambina. Ora sì che sorride davvero.

 

Scena.

 

Una donna urla nel proprio cuscino mentre dorme. Sono urla a pieni polmoni e il marito ci mette un po’ a svegliarla. Appena apre gli occhi si calma, dice che le si erano addormentate le braccia e che si era spaventata. Anche nel suo sguardo c’è qualcosa che non quadra: è spassionato, come se quelle grida di pochi secondi prima appartenessero a qualcun altro. 

 

Killing Eve è una storia d’amore e di sangue.

 

Eve, agente dell’MI5 frustrata perché relegata a noiosissimi lavori amministrativi, nasconde una segreta fascinazione per gli omicidi a mano femminile. È chiaramente brillante ma si vede che le è stato insegnato a essere modesta, a guardarsi le scarpe, a vestirsi di beige. Un’imposizione che evidentemente le sta stretta, perché sembra incapace di farsi i fatti suoi. Non è il caso della ragazza incompetente ma curiosa che si ritrova suo malgrado in circostanze oscure: Eve se la va a cercare, perché dentro di lei la caccia è già in atto da tempo. Ma il topo, contrariamente a quello che può sembrare, non è la misteriosa sicaria dagli occhi sgranati che uccide uomini d’affari in modi fantasiosi lasciandosi dietro una sfilza di testimoni più o meno attendibili – il topo è la parte più oscura di sé, quella che è incantata dal sangue che sgorga dalle ferite e chiede a Niko, suo marito, come la ucciderebbe. Lei ha un’idea molto dettagliata su come farlo fuori: gliela rivela con lo stesso tono con cui minuti prima gli aveva spiegato che le si erano addormentate le braccia. Niko, col il suo ruolo passivo e il suo poco convincente fingere di capire sua moglie, fa tenerezza. Sembra un morto che cammina.

 

Eve invece è inquietante come ciò che siamo e non vorremmo essere. Sembra sentirsi viva solo quando esce completamente fuori da sé stessa, il che coincide con il mettersi costantemente in pericolo.

 

E poi c’è Villanelle: sociopatica, killer di professione, ama i vestiti voluminosi, le giacche a stampa, le donne e la violenza, possibilmente tutte queste cose insieme. È viziata, infantile, inopportuna, sofisticata, letale. Non ha l’atteggiamento della suadente tentatrice. È maliziosa come una ragazzina cresciuta in un ambiente tossico in cui non ha appreso come dimostrare affetto: anche nei confronti dell’unica figura paterna che abbia mai avuto, il suo ‘tutore’ Constantin – un russo carismatico in bilico fra buone intenzioni e pessimi metodi – non riesce a calibrare l’affetto con la possessività, il bisogno di sentirsi accudita e quello di indipendenza. Questi contrasti emotivi per Villanelle finiscono sempre in scontri violenti, perché l’unico modo che conosce per provare a sé stessa di amare una persona è quello di non riuscire a ucciderla. Ma comunque ci prova, eh.

 

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Eve e Villanelle si incontrano con un classico meet-cute degno del gemello cattivo di Notting Hill: nel bagno di un ospedale, Villanelle guarda la chioma riccia di Eve e le sussurra sulla porta di lasciarsi i capelli sciolti. Non è né lasciva né romantica: le parla come se fosse una proiezione della stessa Eve che si guarda allo specchio. Poi esce e uccide quattro persone senza lasciare traccia. Quando Eve la descrive al disegnatore della scientifica, sorride un po’, come una ragazza che raccontando del suo primo bacio si sfiora le labbra con le dita per rivivere la sensazione. Ed è questo che continuerà a fare: toccarsi le labbra, inseguendo Villanelle e lasciandosi inseguire, in un gioco che metterà in pericolo le loro vite e quelle di chi sconsideratamente si lascerà intrappolare nella ragnatela – ma soprattutto, quella che sembra non sopravvivere allo scontro è la loro identità. 

 

Sandra Oh (Eve) e Jodie Comer (Villanelle) giocano la loro partita di scacchi con giocosa maestria, piegando con delicata perfidia i propri personaggi al limite, per poi rimbalzare indietro ogni volta che ci sembra abbiano raggiunto il punto di non ritorno – ogni espressione è perfettamente calibrata, eppure appare selvaggia. Si scarnano di ogni gentilezza e trasudano ingenuità. Arrivano con incoscienza rabbiosa alla carne viva della storia, sostenute da un copione sofisticato e visionario: su Phoebe Waller-Bridge, sceneggiatrice della prima stagione, si dovrebbe scrivere un pezzo a parte. È una delle menti più brillanti che abbiamo la fortuna di vedere all’opera dal nostro divano (se non avete visto Fleabag, che dire – get the fuck out of here), e non è un caso che sia stata chiamata a scrivere il prossimo James Bond. I suoi dialoghi sono asciutti e cinici, impregnati di quel British humour che noi continentali amiamo fingere di capire.

 

Ma quello che davvero colpisce di Killing Eve è il fatto che non assomigli a nient’altro, non è la versione all-female di una classica spy story, non è una tokenistica inversione di ruoli: è uno show psicologico che mette in discussione qualsiasi tropo narrativo che lo ha preceduto. Eve e Villanelle sono entrambe personaggi brutali, ambigui, che raggirano continuamente la contrapposizione eroe/antagonista che piace tanto alla tradizione, ma allo stesso tempo stravolgono quasi con scherno gli anti-eroi cari alla mascolinità tossica, che non riesce a liberarsi dei propri archetipi, e al limite ne capovolge i significati tenendo i propri personaggi ben incatenati a una visione oppositiva e categorica della realtà: c’è un buono che combatte un cattivo, o c’è un buono che combatte la parte cattiva di sé, o la subisce e poi se ne pente, cercando redenzione. In ogni caso, sono tutti eroi, perché è così che gli uomini si vogliono vedere allo specchio – se buoni, sono Gesù Cristo, se cattivi, sono uomini tormentati e genialoidi, che mascherano una totale mancanza di riguardo per chiunque attorno a loro con una sofferta ma piatta ‘complessità’ – i nostri Tony Soprano, Don Draper, Walter White, Pablo Escobar, Dexter, Tommy Shelby, e tutti gli altri che abbiamo tanto amato e ciecamente tentato di giustificare negli anni. Qui invece nuotiamo a vista in acque inesplorate, perché le nostre eroine non sono né maddalene né madonne e non cercano perdono né grazia. A differenza dei loro predecessori la loro sete non è di potere, ma di conoscenza. Non vogliono essere buone o cattive, ma conoscere il bene e il male in sé e fuori da sé. Nel corso della serie entrambe danno libero sfogo ai propri istinti più egoistici e spesso immorali: la violenza di Villanelle non è gratuita (si fa pagare profumatamente), ma è priva di qualsiasi empatia. La sua ossessione per Eve non le fa “desiderare di essere una donna migliore”, non è ruotando attorno a lei che il suo personaggio evolve – è che osservarla da lontano le fa porre delle domande su sé stessa che la spaventano, e come una bestia ferita, nella sua vulnerabilità attacca per difendersi. Parallelamente, Eve non è una scolaretta traviata dal lato oscuro, non è Cappuccetto Rosso persa nel bosco – la sua presenza inquieta buca lo schermo dalla prima scena, e la sua evoluzione è una disintegrazione sistematica di tutte le scatole in cui si era chiusa per contenere un istinto di cui comincia a vergognarsi sempre meno. Eve e Villanelle si terrorizzano a vicenda, ma i momenti in cui tentano di uccidersi sono i meno spaventosi: sono le rispettive sfere emotive che le mettono davvero in difficoltà, e al contempo le legano. Nessuna delle due è una persona migliore grazie all’altra, anzi, sono due mostri ingarbugliati nei loro traumi – ma sono attratte da quello che vedono nell’altra, che non hanno il coraggio di liberare in sé stesse. Prendono dolorosamente dimestichezza con le loro ombre, toccano i loro fondi, e in quel fondo si scoprono a loro agio con il proprio profilo peggiore.

 

killing eve marvin

 

Questo gioco ha un prezzo: tutto crolla attorno a loro, soprattutto l’innocenza. Non sono delle very nice ladies after all. Qualsiasi cosa ci sia fra loro, se amore o sete di sangue, non c’è promessa di redenzione, né la ruffiana pretesa di imboccare allo spettatore risposte appaganti che la vita di solito non dà –  e questo è forse il distinguo più intelligente e affascinante di questo all women show: Killing Eve è un ritratto di donne che non si definiscono, che non approdano ad alcuna decodificazione che metta lo spettatore a proprio agio, e che non si affannano mai ad addolcire i propri spigoli con un velo di sentimentalismo che le renda più amabili. Semplicemente, non ne hanno bisogno: a differenza degli eroi del bene e del male cari alla tradizione, confidano che lo spettatore sia capace di osservare la loro autentica complessità senza che la cosa lo spaventi – che sia disposto a rinunciare alla gratificazione di aver ‘capito tutto’ per una rappresentazione più onesta dell’agire, a volte incoerente, a volte semplicemente indifferente.

 

Se avrete il coraggio di non arretrare terrorizzati nel riconoscervi non nel bene, non nel male, ma nell’incertezza, nel dubbio, nel ‘a volte non so perché faccio le cose che faccio’, allora sarà facile amarle, non perché vi rappresentino, ma perché vi spaventano, non perché troverete in loro una speranza di salvezza, ma perché non vorreste mai e poi mai essere come loro. 

 

Le tre stagioni di Killing Eve sono disponibili in Italia sulla piattaforma TimVision – abbiate il coraggio.

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