Dark, il paradosso è servito

Dark Marvin

Andrea Salomone

«Ora vediamo infatti in enigma attraverso uno specchio, ma allora (vedremo) viso a viso» (1 Cor. 13.12).

 

Per speculum in aenigmate… Se queste quattro parole latine sono usate e abusate nella letteratura d’ogni tempo è perché racchiudono (o almeno racchiudevano nelle intenzioni di san Paolo che le immortalò nella Prima lettera ai Corinzi) l’eterno spasmo dell’uomo di fronte alla conoscenza, la consapevolezza tutta umana di una visione imperfetta, parziale, del mondo e delle sue leggi di fronte alla più alta comprensione che appartiene solo alla sfera divina.

 

Che l’occhio umano non riesca a penetrare a fondo nella natura delle cose, che non riesca ad andare oltre l’egoistica immagine di sé che lo specchio restituisce, la proiezione di ansie e aspettative personali sul mondo che ci circonda; questo sembra dirci quella frase.

 

 

La progressiva scoperta dei meccanismi alla base del cosmo, il lento scivolare verso il centro di una rete le cui trame impassibili non possono essere lacerate, è l’anima della serie tedesca dal titolo oscuro (non è una coincidenza se è proprio il buio il segno sotto cui ci viene presentata) che Netflix – ormai grande collettore di realtà – ci ha piacevolmente proposto da fine 2017 e che si concluderà, con apprezzabile amore per la geometria, con la prossima e terza stagione. Sic mundus creatus est è il mantra che ci si abitua ad ascoltare, leggere e ripetere in progresso di tempo, «Così fu creato il mondo». In progresso di tempo? In verità no, ed è questo che rende tanto godibile superficialmente quanto frustrante nel profondo la visione di Dark. I piani temporali sono tre, distanti tra loro trentatré anni, 1953 1986 2019, ma proprio perché non si gioca sulla linearità la loro distanza è contratta e azzerata. Le vicende della cittadina di Winden sono inanellate in cicli adamantini che possono essere attraversati ma non intaccati, la cui corrente può essere seguita ma mai risalita. Un paradosso che si espande a ogni puntata reinvestendo a cascata azioni, parole e sentimenti “passati” dei tanti personaggi che si affacciano – ognuno col suo doppio temporale, o triplo addirittura – fra le pieghe di una scansione cronologica varia e apparentemente a compartimenti stagni. Paradossi temporali del genere non sono nuovi sul piccolo come sul grande schermo (due esempi: Hodor, il gigante buono e ripetitivo di Game of Thrones; l’intero terzo capitolo della saga di Harry Potter, Il prigioniero di Azkaban), ma l’intrinseca bellezza di un simile meccanismo in Dark risiede nelle sue ricadute in materia di genealogia, che è chiaro essere la più umana espressione del fluire lineare del tempo. Ritorneremo più tardi su questo punto.

 

Ora è il caso di riprendere quel Sic mundus creatus est, vera chiave di volta dell’arco che sta descrivendo la serie sotto l’occhio sapiente dei suoi due ideatori, Baran bo Odar e Jantje Friese. Altre quattro parole, stavolta non bibliche, che compaiono in un testo esoterico attribuito all’occulto Ermete Trismegisto, il “rifacimento” greco del dio egizio della sapienza Thoth. Il testo ermetico della cosiddetta Tabula Smaragdina (per intenderci, quello che compare più volte nella serie in immagini come inscritto su una tavola di forma vagamente triangolare, che rassomiglia la montagna, quello, tra l’altro, tatuato sulla schiena di Noah), piuttosto breve e a lungo studiato, descrive con frasi secche che sono come piccoli massi taglienti la ratio dell’universo, facendo ricorso a due concetti fondamentali: la processione di ogni cosa dall’uno e il vicendevole rispecchiamento del basso nell’alto, dell’inferiore nel superiore. Il singolo, l’individuo, non è mai tale, perché l’uno da cui proviene è altro da noi, ed è questo il cardine attorno cui gira ogni esistente: la rottura dell’unicità del personaggio, che agisce di concerto o in opposizione a un altro – o altri due! – sé, drammatizza nella serie una verità filosofica lontana nel tempo ma mai dimenticata. Tentare di scardinare quest’ordine è esattamente il fine ultimo e insieme il primo motore di cui si nutre la vicenda di Dark. Il momento di coscienza, però, e di conseguente azione, è reiterato fino alla vertigine dell’infinito ciclo, della ruota dentata che non necessita spiegazione, perché essa è già ragione di sé. Il paradosso è servito.

 

Quando Jorge Luis Borges scrisse il suo I teologi (poi compreso nella raccolta L’Aleph del 1949) e volle descrivere la nascita tortuosa del fittizio movimento ereticale dei monotoni (o anulari) e l’affermarsi degli speculari (o istrioni; altri nomi assomma per essi Borges) che da quelli derivarono, assieme ai destini specchiati dei due teologi che rivaleggiano a distanza per ottenerne l’accusa, dipinse pagine in cui ruote, serpenti e labirinti di fuoco sono i protagonisti di un dramma storico stretto fra le spire di una vicenda sì tutta umana, ma altrettanto intellettuale. Alcuni accenti richiamano da vicino l’universo concettuale di Dark; bastino due citazioni:

 

 

«Nei libri ermetici è scritto che quel che sta in basso è uguale a quel che sta in alto, e quel che sta in alto è uguale a quel che sta in basso; nello Zohar, che il mondo inferiore è un riflesso di quello superiore. Gli istrioni fondarono la loro dottrina su un pervertimento di quell’idea. Invocarono Matteo, 6, 12 (‘rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori’) e 11, 12 (‘il regno dei cieli patisce violenza’) per dimostrare che la terra influisce sul cielo; e la Prima epistola ai Corinzi, 13, 12 (‘ora vediamo attraverso uno specchio, in enigma’) per sostenere che quanto vediamo è falso. Contagiati forse dai monotoni, immaginarono che ogni uomo è due uomini e che il vero è l’altro, quello che sta in cielo.»

 

 

 «Quattro mesi dopo, un fabbro dell’Aventino, allucinato dagli inganni degli istrioni, collocò sulle spalle del figlioletto una grande sfera di ferro, perché il suo «doppio» volasse. Il bambino morì […].»[1]

 

 

Le simili premesse – la Tabula Smaragdina, la citazione da san Paolo, il tema del doppio – si guardano da vicino, a spiegazione di come la serie abbia il merito di aver tematizzato in una forma contemporanea e fruibile uno dei punti più oscuri del destino dell’uomo. La ruota di Dark, infatti, una sorta di immagine solida e mobile di questo destino, è contemporaneamente più e meno umana, perché nel suo svolgersi, inesorabile e divino, sommuove l’identità dei personaggi intaccandone le certezze storiche e genealogiche. La prima e sostanziale definizione di un individuo si attua nel rapporto con coloro che lo generarono e con chi questi generò e così via, contando una perla dopo l’altra seguendo il filo dei secoli. La generazione (intesa nella sua estensione temporale) misura da sempre il flusso degli eventi, perché l’uomo è misura del tempo. Ma se non fosse così?

 

 

Il filo di perle è concepito per allacciarsi attorno al collo, dietro la nuca, e se seguiamo la sua brillante e ordinata disposizione arriveremo – è certo – a trovare l’incastro, il congegno, che ne segna l’inizio e la fine. La ricerca di questo punto, sempre nascosto alla vista (non lo vediamo specchiandoci), segnerà forse le puntate della terza e ultima stagione di Dark: se sia dio o qualcosa di ancor più misterioso, lo sapremo l’anno prossimo.

 

[1] Da Borges. Tutte le opere, vol. 1, Mondadori, rispettivamente pag. 799 sg. e 802.

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