Dodici case, dodici storie

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Partiamo dal titolo, già di per sé evocativo e fedele all’originale A House Is a Body: la parola “casa” in italiano indica genericamente un’abitazione, ma assumendo un diverso livello di astrazione può rivelare qualcosa del parlante. Quando siamo a casa significa che siamo nel posto in cui dovremmo essere, sia esso il nostro paese di origine – con la p minuscola o maiuscola cambia poco: è il luogo delle origini, appunto – o l’abitazione che abbiamo eletto a dimora: una villetta, un appartamento, persino una tenda o un camper. In inglese, invece, sussiste una differenza fondamentale fra house e home: laddove la prima parola sta a indicare il concreto luogo di residenza, la seconda assume valore altamente affettivo. Non è un caso che il famoso detto Home sweet home – letteralmente in italiano “Casa dolce casa” – utilizzi la seconda declinazione: la home inglese è il luogo delle sicurezze, dell’amore e del riposo. È là dove ci si sente sicuri.

È curioso dunque che Shruti Swamy abbia scelto, nella lingua originale, house e non home, dato soprattutto l’accostamento con il secondo sostantivo del titolo: body. Il corpo è la prima casa in cui abitiamo – la prima e l’ultima, potremmo dire. Sfruttando a tal proposito una citazione pop, nella canzone degli Ex-Otago La nostra pelle, a un certo punto viene detto «Dove credi di scappare / ormai sei circondato / dalla tua pelle / pelle sacra, pelle glabra / l’unica pelle che hai», a indicare il confine fra quel che è “io” e quel che “io” non è, perché è tutto il resto. La casa, dunque, è un corpo nel senso che è il luogo che ci racchiude e, per estensione, il luogo caro che dovrebbe proteggerci e nel quale dovremmo vivere e crescere la nostra famiglia.

Perché allora Swamy ha scelto di usare la parola house anziché home? Una prima ipotesi potrebbe suggerire che l’autrice abbia voluto conferire ai propri racconti un carattere universale: una casa, pur essendo un corpo da abitare, non necessariamente è un luogo sicuro; non necessariamente è quella Home sweet home del famoso modo di dire. E tuttavia, nonostante questo, una casa è comunque un luogo difficile da lasciare e da abbandonare, come vedremo. L’altra ipotesi riguarda il racconto che fornisce il titolo alla raccolta, il quale appare come undicesimo e penultimo: nella “title track” una madre è costretta ad abbandonare la casa in cui vive con la figlia, malata, a causa di un incendio che divampa nei paraggi. La casa in questione non è un luogo felice – troppi ricordi dolorosi impediscono quella felicità che nelle short stories di Swamy sembra un paradiso irraggiungibile – eppure è il posto dove abita la propria figlia, e che va lasciato perché non più sicuro. In questo senso la casa è un luogo concreto, appunto, quattro mura in grado di difendere dal mondo esterno. Per estensione, dunque, possiamo ricondurre questa seconda ipotesi alla prima: Shruti Swamy ci parla delle case, dei luoghi che abitiamo e che, a prescindere dal dolore e dal piacere, dall’odio e dall’amore, sono difficili da lasciare.

Destini simili a quello della madre dell’undicesimo racconto accomunano gli altri protagonisti di Una casa è un corpo. In Cecità Sudha, dopo le «modeste» nozze con l’amico di infanzia Vinod, costretto da entrambe le famiglie a raggiungere a cavallo il luogo del matrimonio, e dopo il repentino abbandono del tetto coniugale da parte dell’uomo che poco prima aveva detto di amarla, è costretta a scegliere fra una nuova libertà e la vita della creatura che le sta crescendo dentro. In questo primo racconto, è la protagonista a essere casa per un bambino che deve venire al mondo: una casa prima della casa, il primo luogo sicuro. È una scelta da compiere con coraggio perché, soprattutto nell’India rappresentata da Swamy, non è semplice essere una donna sola che deve crescere un figlio.

E una storia di coraggio è anche In lutto, nella quale Mark deve ritrovare l’amore dopo la perdita della moglie Chariya. Anche qui c’è di mezzo una figlia, che deve cercare il «coraggio di abitare un corpo in espansione, con arti che si tendono verso l’esterno, denti che spuntano a forza, mani e mente che si affinano». Come in Cecità – ma in generale come nei racconti di Swamy – i protagonisti sono messi davanti a una scelta fondamentale: di fronte a un trauma, a volte prevedibile come una lunga malattia ma più spesso repentino come un incendio o la fuga dell’amato, si può scegliere di restare immobili e perire o affrontare il cambiamento e andare avanti. Trasmutando il tutto nel titolo della raccolta: restare in una house che non è più home, quattro mura a volte scricchiolanti e fragili, oppure andarsene e scoprire cosa ci riserva il futuro.

A volte il coraggio è affrontare quel raggiungimento della maturità tipico dei Bildungsroman del secolo scorso, e che qui, nei racconti di Swamy, è narrato sottovoce come capita in Didi, dove un uomo deve capire che tipo di padre vuole (deve?) diventare. Fondamentale è la domanda che pone alla moglie, assolutamente indicativa del dilemma che travolge ogni padre:

«Che cosa diciamo a Didi?» le domandai adesso.
«A quale proposito?» domandò mia moglie.
«Del sesso, della morte, degli happy ending» risposi.
«Ah, non lo so» disse. «Tutto, immagino.»

È proprio necessario dire tutto alla propria figlia, a quella creatura che oggi dorme raggomitolata nel letto e che domani sarà una donna e dovrà affrontare gli orrori di questo mondo? Non è forse opportuno trattenerla ancora un po’, lasciarla nella culla calda e accogliente dell’ignoranza? È proprio necessario farle sapere che aveva un fratello, e che questo fratello è morto prima di nascere, e in questo modo pronunciare quella parola – morte – che tanto dolore le causerà perché, prima o poi, la pronuncerà in riferimento a quei genitori tanto amati?

E a proposito di rivelazioni difficili, come può Tejas, la protagonista di Tempo di matrimoni, dire alla propria famiglia di essere omosessuale, e di amare la propria compagna Alberta, durante un tipico matrimonio indiano? Come può ribattere alla zia che, senza dubitare della propria posizione nel mondo, le dice «Il marito te lo troviamo noi»? Dopotutto, anche la famiglia è una casa, e maggior ragione una casa fatta di corpi: corpi amati, corpi che un tempo sono stati vicini e che col tempo tendono ad allontanarsi sempre di più. Corpi che non sempre comprendono i cambiamenti che avvengono nel mondo.

Ciò che accomuna le storie di Shruti Swamy nella raccolta Una casa è un corpo è dunque la difficoltà di affrontare i momenti cruciali, quei bivi che, come si è anticipato, possono condurre a morte o a una nuova rinascita. Viene in mente l’asino di Buridano, un apologo attribuito al filosofo della prima metà del XIV secolo Giovanni Buridano: un asino, posto esattamente a metà fra due mucchi di fieno equidistanti, non avendo motivazioni concrete per scegliere fra uno o l’altro mucchio, resta immobile e muore di fame. E allora Sudha, Mark, il padre di Didi, Tejas: come possono scegliere fra uno o l’altro dei corni di un bivio, senza sapere cosa verrà dopo, se il dolore o il piacere, se la morte o la felicità? E perché non restare qui, nella sicurezza di una casa che invece dovrebbero abbandonare? Come possiamo noi tutti fare delle scelte e non restare piuttosto immobili davanti a un mondo fatto di incertezze? Come si sceglie la strada migliore?

Non si può, sembra dire Swamy. Non v’è certezza alcuna di fare la scelta giusta. Ma, come afferma un famosissimo scambio di battute di quel capolavoro della beat generation che è Sulla strada di Jack Kerouac:

«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati.»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare.»