it's funny because it's true dadinski

It’s funny because it’s true

19 min. di lettura

L’autoironia è il primo meccanismo di difesa di cui ho memoria, predecessore dell’aggressività passiva, o dell’isolamento ingiustificato. Probabilmente la ragione è legata alla sua percentuale di successo pericolosamente variabile, che rappresenta la classica situazione high-risk/high-reward per cui le arieti temerarie come la sottoscritta optano più spesso. 

Non è difficile immaginare come questa tendenza personale si sia evoluta in una sproporzionata predilezione per l’umorismo auto-denigratorio, e in un percorso terapeutico che ormai va avanti da anni. Per mia fortuna da qualche tempo il panorama mediale straripa di questa tipologia di prodotti – solo il catalogo Netflix presenta più di cinquanta produzioni (originali e non) di stand-up comedian e commedienne più o meno brillanti, che raccontano le loro vite dedicando particolare attenzione ai momenti imbarazzanti, spiacevoli o semplicemente tristi.  

Se negli Stati Uniti questo tipo di comicità ha vissuto la sua prima epoca d’oro negli anni Ottanta-Novanta, tempi in cui con un’ottima apparizione in un locale di New York era lecito sperare in contratti da svariati K su grandi e piccoli schermi (vedi Jerry Seinfeld, Eddie Murphy, Ellen DeGeneres), con l’avvento delle piattaforme streaming la stand-up ha potuto raggiungere un pubblico esteso su scala planetaria, e anche i palchi nostrani hanno iniziato a riconfigurare nuovi spazi per accogliere questa forma di spettacolo. Il teatro all’italiana, ampio, maestoso e dall’ottima acustica, è ora tallonato da localetti bui e dalle dimensioni più contenute. All’interno di questi luoghi intimi, sia neofiti che esperti, si avvalgono dell’iconico microfono col cavo per confessare e narrare storie personali, a volte dissacranti, rivolgendosi al pubblico in sala, sconcertato dal sentirsi interpellato nel bel mezzo di un monologo. Negli ultimi anni, il manipolo di comici in piedi (triste localizzazione utilizzata da Netflix fino a qualche tempo fa) è cresciuto e cresce costantemente, accompagnando nomi nuovi a quelli di artisti più celebri come Saverio Raimondo, Francesco De Carlo e Michela Giraud.

Anche in campo letterario, gli Stati Uniti guidano la spassosa carovana contemporanea di autori e autrici di romanzi (perlopiù essays) di stampo memorialistico e, spesso, umoristico. Sottogenere della blasonata e fastidiosamente onnipresente autofiction, questa forma di narrazione incanala quella tensione al raccontarsi che hanno gli autori – categoria celebre per la propria umiltà – senza vincolarli alla fedele narrazione dei fatti, come accadrebbe invece in un’autobiografia. «L’autofiction, c’est comme le rêve; un rêve n’est pas la vie, un livre n’est pas la vie» [L’autofiction è come un sogno; un sogno non è la vita, un libro non è vita] la definisce in un’intervista[1], con una leggera vena di paraculaggine, Serge Doubrovsky, autore di Fils, il romanzo considerato capostipite del genere. 

Dal punto di vista storico, un ruolo di rilievo nello sviluppo di questo tipo di narrativa umoristica, bimba speciale del memoir, è da ritrovarsi – e come potrebbe essere altrimenti? –  nelle pagine del New Yorker.  Nell’introduzione di Fierce Pajamas: An Anthology of Humor Writing from The New Yorker[2], gli editori David Remnick e Henry Finder attribuiscono l’invenzione di un umorismo di stampo newyorkese a E.B. White e James Thurber: se White è stato il “master of the understatement”, Thurber fu il primo a introdurre (già nel 1927) l’umorismo del “Little Man”, giocando sull’impreparazione e l’incompetenza dei personaggi. 

Da circa un secolo questo tipo di umorismo occupa le colonne del settimanale newyorkese, ispirando autori e autrici che intervallano la carriera letteraria con remunerative apparizioni dietro le cineprese o stendendo sceneggiature cinematografiche. Un esempio è Nora Ephron, scrittrice (dal legittimo successo) dell’esilarante raccolta di saggi sull’invecchiamento dal titolo I feel bad about my neck, del romanzo autobiografico Heartburn, nonché sceneggiatrice di commedie per cui le sarò perennemente grata, come When Harry Met Sally – che so non avere una natura autobiografica ma è fuor di dubbio un capolavoro. 

Ma come accennato all’inizio di questo pezzo, ancora più del cinema è la stand-up l’arte che accoglie in maniera evidente il riverbero di questo tipo di comicità – non per niente, gli autori e le autrici che si dedicano alla scrittura hanno spesso un passato (o anche un presente) dietro le quinte della stand-up. 

Il cordone ombelicale che le lega è evidente, come lo sono le loro intrinseche differenze: chi scrive non può infatti avvalersi dei tempi comici, né di espedienti spaziali o sonori (come, ad esempio, il tono della voce, che nella lettura coincide con quella monocorde nella testa del lettore), né tantomeno può riscrivere gli sketch in base ai feedback del pubblico in sala. D’altra parte, però, sembrano condividere una struttura narrativa di fondo: entrambe pongono in secondo piano lo strumento della battuta, che in alcuni tipi di comicità segna l’esplosione della risata e l’alleggerimento della tensione, e si concentrano sulla costruzione del personaggio: in questo caso, quindi, la persona dell’autore. In Laughing Through Life: Humor in Autobiographical Writing[3], Tim Jackson sottolinea quanto l’uso dei difetti dei personaggi non sia solo necessario per creare la narrazione, ma fondamentale per costruire l’umorismo del racconto. Avvantaggiati dalla conoscenza profonda del personaggio (che coincide con loro stessi), gli autori e le autrici di questo genere si dilettano a descriverlo ponendo particolare enfasi su imperfezioni, mancanze e desideri – che vengono, per crudele strumentalizzazione scenica, continuamente negati.

Sia la stand-up che l’autofiction umoristica, dopo aver posizionato il personaggio all’interno di imbarazzanti e umilianti situazioni, cercano del coinvolgimento da parte del pubblico. Affinché un racconto o uno sketch sia da considerarsi riuscito, il comico richiede allo spettatore un certo grado di empatia e simpatia. Iniziamo dalla prima: lontano dal sadismo della Schadenfreude, l’efferato “per fortuna non è capitato a me” (tagliente come la risata di Nelson dei Simpson) con l’empatia assume qui più i caratteri di un “non deve esser stato piacevole, ti capisco”. Pur se le disavventure narrate sono frutto di un’accurata revisione ed enfatizzazione di ricordi (della cui veridicità non è dato sapere), e sebbene abbiano carattere peculiare e soggettivo, si elevano (o forse sarebbe meglio dire si espandono) a narrazioni collettive, rendendo più semplice la comprensione e l’immedesimazione, utili al fine della risata. 

Quando finii di leggere Me talk pretty one day di David Sedaris, mi riversai su Goodreads – la comunità votata a flexare il numero di libri letti – e trovai una recensione dal titolo I just don’t care for David Sedaris, che diceva:

I am a sarcastic Generation Xer with an overdeveloped sense of irony. I enjoy reading personal essays about poignant and humiliating events in people’s personal lives. Understated comedy is my favorite genre. Hell, I even like listening to This American Life on NPR. I am exactly the target demographic for the witty, petty misanthropy with which Mr. Sedaris plies his trade. But, I just don’t care for David Sedaris. I find him to be thoroughly unlikeable[4].

Questa recensione (che nei paragrafi successivi tocca anche punti dolenti del volume), mi mette davanti a un altro argomento lapalissiano, e cioè la scontata, ma forse non così tanto, necessità che ha l’autore – e il personaggio, qui sono inscindibili – di star simpatico al pubblico.

Un’esigenza non poco ingombrante che, al contrario del comico/autore di turno, gli scrittori di narrativa possono permettersi di ignorare – in fondo la loro opera ha il desiderio (la velleità?) di vivere autonomamente e, chissà, sopravvivergli. Questi ultimi possono infatti mettere a tacere domande come “Sono davvero così interessante? La mia vita è davvero tanto divertente?” (anche se mi piace immaginare che nella sua cameretta Carver se le sia chieste molte volte), mentre i comici di cui sopra molto di meno.

Di tale fardello del mestiere ne fa volentieri a meno anche la comicità che manca di un così elevato investimento personale: per far ridere con uno scivolone su una buccia di banana, lo sventurato non ha bisogno di star simpatico al pubblico o di essere interessante, ha solo bisogno di cadere rumorosamente.

La ricerca di empatia e simpatia all’interno di uno spettacolo può assumere la forma di una concreta richiesta di interazione – le domande e le battute rivolte al pubblico in sala sono tipiche di questo tipo di serate, mentre nella parola scritta questo meccanismo ha più difficoltà a concretizzarsi, anche se l’intento è intercettabile tra le righe. Ed è certo che la possibilità di avvalersi in maniera estensiva della seconda persona renda l’inglese una lingua più adatta ad accogliere questo tipo di bisogno – di fatto you rimane sempre in bilico fra l’impersonale e il referenziale. 

Altro punto: tra gli elementi che rendono facile provare empatia per una persona vi è di certo la sua clamorosa mancanza di fortuna. Non è facile far ridere raccontando il proprio successo personale, ed è forse anche per questo che le narrazioni umoristiche sfruttano ampiamente il meccanismo riassunto dall’equazione, la cui attribuzione è largamente discussa[5]: Tragedy + Time = Comedy[6].

Ad agosto del 2012, in quello che sarà considerato lo speciale più celebre della sua carriera, la comica Tig Notaro apre così lo show: “Goodevening! Hello, I have cancer, how are you?”. La battuta è seguita da un mix di risate sguaiate, applausi, pianti e silenzi imbarazzati, tutte reazioni lecite dal momento che, a neanche a un secondo dall’inizio, il pubblico ha visto sganciarsi addosso una dichiarazione di questa portata. Lo show, di cui si possono sentire solo le registrazioni, continua con un’ironica narrazione delle disgrazie che Notaro vive da mesi, fra cui la morte della madre. So bene che questa breve introduzione potrebbe non risultare particolarmente accattivante per chi volesse farsi semplicemente una risata, ma credetemi quando vi dico che questo show è divertente. Date un evento tragico a una persona con senso dell’umorismo e vi farà cadere a terra dalle risate. Nel caso di Notaro, ad esempio, il cancro diventa terreno fertile per sviluppare una serie di battute coscienti ed esperte, che vanno a comporre uno spettacolo – definito da molti “rivelatore” – prima di tutto comico. Come Notaro nel mondo della stand-up, molti autori e autrici hanno riservato a elementi drammatici della loro esistenza uno spazio particolare tra i loro scritti; la scelta dei due testi che citerò è dunque parziale e dipende inequivocabilmente dal mio gusto personale.

Il primo autore a cui vorrei affidarmi è il sopracitato David Sedaris, forse l’umorista più celebre degli ultimi anni. In tutte le sue raccolte – collage di pezzi pubblicati su varie riviste, fra cui il New Yorker ed Esquire – Sedaris rimbalza tra la tragedia e il disagio come un’agile pallina da ping-pong, raccontando storie come la sua prima colonscopia o l’incidente in bagno durante una cena fra amici, con protagonista uno stronzo di dimensioni epiche che non vuole in nessun modo esser scaricato. Ma di tutti questi esilaranti momenti, il più riuscito in termini di comicità, a mio parere, si trova tra le pagine del sopracitato Me talk pretty one day (in italiano edito da Mondadori col titolo Me parlare bello un giorno), raccolta di racconti che narra la vita dell’autore a partire dalla sua infanzia. Il testo a cui mi riferisco è Twelve Moments in the Life of the Artist, il capitolo più personale, oscuro della raccolta. Spinto da una profonda invidia nei confronti della sorella Gretchen, un giovane Sedaris decide di intraprendere una carriera artistica della quale non si sente totalmente investito, ma che lo aiuterà a forgiare una maschera di cui diventerà difficile fare a meno. Attraverso l’umorismo, l’autore scandaglia apertamente la propria mancanza di autostima, nata tra l’alcolismo materno e il menefreghismo del padre, e aggravata dalla continua richiesta di attenzioni e affetto, che culminerà in un’acuta dipendenza.

After a few months in my parents’ basement, I took an apartment near the state university, where I discovered both crystal methamphetamine and conceptual art. Either one of these things is dangerous, but in combination they have the potential to destroy entire civilizations[7].

I dodici passi (di cui è facile sentir l’eco di un noto metodo degli alcolisti anonimi) continuano con la narrazione delle performance artistiche dei compagni di corso di Sedaris, seguite sempre dai tristi momenti di disapprovazione dei familiari e della società. Corollario di queste esperienze è lo spettacolo tenuto in un magazzino abbandonato, dove inviterà anche i suoi genitori.

We found ourselves a raw space, and oh, how I loved the way those words tripped off my tongue. “We’ve located a great raw space for the piece,” I’d tell my outside friends. “It’s an abandoned tobacco warehouse with no running water or electricity. It’s got to be a good hundred and twenty degrees in there! You really ought to come down and see the show. There are tons of fleas, and it’s going to be really deep.”[8]

Una tragedia annunciata, un episodio che pur trovandosi poco oltre la metà del racconto (al settimo passo) si poggia su spalle abbastanza larghe, e stuzzica il lettore con qualcosa di più incisivo di un accenno di riso, preparando al contempo il terreno per gli avvenimenti incresciosi degli ultimi passi. 

My parents attended the premiere, sitting cross-legged on one of the padded mats spread like islands across the filthy concrete floor. Asked later what she thought of the performance, my mother massaged her knees, asking, “Are you trying to punish me for something?”.[9]

Ed ecco la risata, immortalata nel biasimo di una madre. 

Per sua stessa ammissione, la comicità che Sedaris costruisce attraverso queste disgrazie è stata di ispirazione per Samantha Irby. Forse meno conosciuta in Italia, ma con già tre libri pubblicati e numerose incursioni come autrice di show televisivi, Samantha Irby fa parte di quel gruppo di comedienne che ridono e fanno ridere con i problemi tipici delle donne nere e grasse. 

I testi sono pieni di riferimenti pop, il registro linguistico è volutamente basso e i capitoli mantengono nei toni e nell’intenzione l’anima da blog[10]: lo stile di Irby esalta i suoi contenuti, non è stridente ma complementare, il linguaggio scurrile nasce mentre si compone l’azione. Nei suoi libri sono narrate varie sfortune – dall’infanzia di stenti in Illinois alla fatica di vivere l’età adulta fino ad arrivare al morbo di Crohn. L’autrice non nasconde le sofferenze che l’hanno segnata e le spreme fino all’ultima goccia, per farne un’aranciata colorita e divertente.

Un capitolo in cui il lettore deve divincolarsi tra riso e imbarazzo è Fuck it, Bitch. Stay fat, presente nella raccolta We are never meeting in real life. Si compone di varie sezioni, in cui Irby alterna la narrazione degli sforzi per cambiare il proprio corpo alla serena accettazione dello stato di persona grassa.

Ma questa alternanza non è l’unica a dominare il capitolo (e in generale tutta la produzione dell’autrice). Irby lascia sempre il lettore nel dubbio: cosa avverrà nel prossimo paragrafo? Quali emozioni mi chiederà di mettere in gioco?

The flyer at Metropolis coffee shop advertised the class as “incredibly easy, and laid-back, no pressure.” I guzzled my scalding coffee […] and studied the faded pink sheet of paper. I figured it would be my kind of party because the word “easy” was underlined five times with a thick black Sharpie. I mean, nothing says “easy” more than “a pregnant lady could do this,” I guess? If I saw a pregnant woman skydiving or bungee jumping or performing open-heart surgery, I would think smugly, “Hey, I probably could do that.” I didn’t hesitate or think twice until I walked into the room in my comfiest outside pajamas and found myself surrounded on all sides by gestating bellies and nervous preclass chatter about back pain and morning sickness. Oh, right, these women are actually pregnant[11].

La risata sconveniente che questa scena di attività fisica innesca è seguita da un passaggio personale dai toni più dolorosi, ma non per questo meno comici.

My friend Anna once got up in this kid’s face during gym class because he kept asking how much I weighed. The truth was that I didn’t actually know, because my mom was too broke and too much of a wreck to take me to the doctor. But what I did know was that it was the very first time I had to change clothes in front of people, and as humiliating as it might have been to try to hide my bulging, discolored body from girls who were at the ideal height and weight for their ages, I also had to ride the shame wave of having a mother who couldn’t pay for both the school-issued shorts and the T-shirt, so the dingy white shirt with a red lion on the front that didn’t get washed enough was paired with Women’s shorts (capital W, to distinguish them from the slender Misses and the dainty Petites) found in the two-dollar bin at ESCCA, the place where your well-off classmates’ parents donated the family’s old clothes. So yes, Rebecca, I actually am wearing your dad’s old sweatshirt today[12].

Infine, il testo si rimette sulla carreggiata del ridicolo, riprendendo un topos della comicità: la rottura di una sedia durante una cena importante.

The five stages of Holy Shit I Just Broke a Chair in Front of People:
1. Denial. “I’m not on the floor, you’re on the floor!!”
2. Anger. THIS IS WHAT HAPPENS WHEN YOU BUY CHAIRS AT A RESALE SHOP, BITCH.
3. Bargaining. “Please, God, if you kill everyone in this dining room right now, I promise I will try to recycle all of the SlimFast cans I swear I’m going to start buying.”
4. Depression. “I am fat enough to kill chairs. I don’t deserve oxygen.”[13]

Non ho interesse a esprimermi sulle ragioni per cui i comici e le comiche non si limitano a narrare situazioni spiacevoli ma strabordano verso esperienze drammatiche, non sono la loro terapista, vengo pagata decisamente meno, ma è interessante intuire come un evento intenso abbia dentro di sé un’evidente portata emotiva (di qualsiasi sfumatura) simpatica ed empatica e che quindi rappresenti uno snodo narrativo verso cui è istintivo (non semplice, né privo di sofferenza) volgere la memoria.

Qualche settimana fa, durante una cena tra amici, ci siamo chiesti a vicenda di raccontare gli eventi personali che riteniamo più significativi dei nostri ultimi cinque anni di vita, un giochetto per rintracciare nella selezione (censura, ricostruzione) delle storie qualcosa in più di noi. Quando è arrivato il mio turno, è stato spontaneo cercare di distinguermi con un elenco canzonatorio delle sfortune che hanno segnato la mia giovane e monotona esistenza: nel tentativo di tenere alta l’attenzione, ho ricercato la risata, e il pubblico, ubriaco e affettuoso, pare abbia apprezzato.


[1] https://www.telerama.fr/livre/serge-doubrovsky-l-autofiction-existait-avant-moi-simplement-je-lui-ai-donne-un-nom,116115.php

[2] D. Remnick, H. Finder (a cura di), Fierce Pajamas: An Anthology of Humor Writing from The New Yorker, Modern Library, New York 2002.

[3] T. Jackson, “Laughing Through Life: Humor in Autobiographical Writing”, 19 giugno 2005 [https://brevitymag.com/craft-essays/humor-in-nonfictiion/]

[4] Sono un classico esemplare della Generazione X, sarcastico e con un senso dell’umorismo ipersviluppato. Mi diverto a leggere essays in cui si raccontano momenti commoventi e umilianti della vita degli altri. La commedia auto-denigratoria è il mio genere preferito. Mi piace addirittura ascoltare This American Life su NPR. Rappresento esattamente il target demografico a cui si rivolge la misantropia sagace e meschina con cui il signor Sedaris si guadagna da vivere. Ma… di David Sedaris non mi interessa proprio nulla. Lo trovo assolutamente sgradevole. [traduzione della redazione]

[5] “Comedy Is Tragedy Plus Time”, 25 giugno 2013 [https://quoteinvestigator.com/2013/06/25/comedy-plus/].

[6] Su altre veritiere equazioni: https://www.newyorker.com/humor/daily-shouts/tragedy-time-and-other-equations

[7] Dopo aver trascorso qualche mese nello scantinato dei miei, affittai un appartamento vicino all’università, dove ebbi modo di scoprire le metamfetamine in cristalli e l’arte concettuale. Due cose di per sé piuttosto pericolose, ma che se combinate possono distruggere intere civiltà. [Me parlare bello un giorno, ed. Mondadori]

[8] Trovammo uno spazio neutro e Dio!, come amai il modo in cui quelle parole mi uscirono di bocca. «Abbiamo individuato uno splendido spazio neutro» avrei raccontato ai miei amici a casa. «È un magazzino di tabacco in disuso, senza acqua corrente né elettricità. Ci saranno cinquanta gradi! Dovete assolutamente venire a vedere lo spettacolo. Ci sono quintali di pulci, sarà davvero profondo.» [Me parlare bello un giorno, ed. Mondadori]

[9] I miei vennero alla prima e si sedettero a gambe incrociate su uno dei tappetini imbottiti disseminati come isole sul pavimento di cemento lercio.Quando più tardi chiesi a mia madre come le fosse sembrata la performance, lei massaggiandosi le ginocchia rispose: «Stai cercando di punirmi per qualcosa in particolare?». [Me parlare bello un giorno, ed. Mondadori]

[10] Irby muove i suoi primi passi come blogger con bitches gotta eat.

[11] Il volantino alla caffetteria Metropolis pubblicizzava il corso come “incredibilmente facile, rilassante, zero stress”. Ho ingurgitato il mio caffè bollente […] e ho studiato il foglio rosa sbiadito. Ho pensato che fosse il mio genere: la parola “facile” era sottolineata cinque volte con un pennarello nero. Insomma, niente suggerisce “facile” come “potrebbe farlo anche una donna incinta”, giusto? Se vedessi una donna incinta lanciarsi con un paracadute, fare bungee jumping o eseguire un’operazione a cuore aperto, penserei: “Beh, probabilmente posso farlo anch’io”. Nessuna esitazione o ripensamento fino a quando non sono entrata nella stanza indossando il pigiama da esterno più comodo che possiedo e mi sono trovata circondata da pance in gestazione e un chiacchiericcio nervoso su mal di schiena e nausee mattutine. Oh, bene, queste donne sono davvero incinta. [traduzione della redazione]

[12] La mia amica Anna una volta ha imbruttito a un ragazzino durante la lezione di ginnastica perché questo continuava a chiedermi quanto pesassi. La verità è che non lo sapevo, mia madre era troppo al verde e troppo incasinata per portarmi da un dottore. Sapevo però che quella era la prima volta in cui ero costretta a cambiarmi davanti ad altri, e per quanto potesse essere umiliante cercare di nascondere il mio corpo grasso e scolorito a ragazze d’altezza e peso ideali per la loro età, dovevo anche affrontare la vergogna di avere una madre che non si poteva permettere sia i pantaloncini che la maglietta dell’uniforme scolastica: così la squallida maglietta bianca con un leone rosso sul davanti, mai davvero pulita, era abbinata a dei pantaloncini da Donna (con la D maiuscola, per distinguerla dalla slanciata Signorina e dalla delicata Piccolina) trovati nella cesta da due dollari dell’ESCCA, il posto dove i genitori dei compagni di classe ricchi donavano i loro vecchi vestiti. Quindi sì, Rebecca, quella che indosso oggi è davvero la vecchia felpa di tuo padre. [traduzione della redazione]

[13] I cinque stadi di Porca puttana ho appena rotto una sedia davanti a tutti:
1. Rifiuto. “Io non sono sul pavimento, tu sei sul pavimento!
2. Rabbia. QUESTO È QUELLO CHE SUCCEDE QUANDO COMPRI DELLE SEDIE IN UN NEGOZIO DELL’USATO, STRONZA.
3. Negoziazione. “Ti prego, Dio, se uccidi tutte le persone nella stanza in questo momento, ti prometto che riciclerò ogni lattina di SlimFast che da domani, giuro, inizierò a comprare”.
4. Depressione. “Sono abbastanza grassa da distruggere una sedia. Non merito l’ossigeno”.
5. Accettazione. “Bene, visto che sono già grassa, fanculo a queste tartine; prendiamo una pizza”. [traduzione della redazione]

Illustrazione di dadinski