Capitalismo, alienazione e crisi: non riconoscersi più umani

Homo sum, humani nihil a me alienum puto (Publio Terenzio Afro, 163 a.C.)

Fin dall’antichità, il concetto di familiarità con tutto ciò che afferisce alla sfera delle attività umane ci è sembrato logico, evidente. Poi, i sistemi economici si sono fatti sempre più complessi e organizzati, e i bisogni di realizzazione professionale dell’individuo sono stati man mano fagocitati da una struttura economica macroscopica che ha iniziato a seguire un’etica fondata esclusivamente sul principio di guadagno. Con il capitalismo, quella “attività umana” è diventata meno trasparente a sé stessa e, nel momento in cui si è oggettivata, ha finito per alienarsi dall’uomo-lavoratore, assumendo un’esistenza del tutto indipendente che lo ha dominato e reso “al fondo” mero ingranaggio del modo di produzione capitalistico. La conseguenza immediata di questo allontanamento del lavoratore dalla vita, dall’umanità in senso stretto, è l’estraniazione dell’uomo dall’uomo.

Cora nella Spirale, terzo romanzo di Vincent Message, primo pubblicato in Italia dalla casa editrice L’orma, tradotto da Nicolò Petruzzella e Riccardo Rinaldi, è proprio, come ha detto lo stesso autore in un’intervista, «una critica al capitalismo che pretende l’alienazione. Tutto il libro vuole essere una critica alla violenza delle dinamiche aziendali, che è feroce e tuttavia non necessaria.»

Non necessaria. Su questo concetto si fonda la rappresentazione claustrofobica della realtà che le vicende della protagonista e del contesto in cui è immersa, snocciolato lungo più di 400 pagine, rivelano, in una sorta di epifania della spirale. Il mondo moderno è un labirinto asfissiante, regolato da norme economiche e sociali revocabili, ma che appaiono indispensabili per sopravvivere. L’ineluttabilità dei meccanismi del sistema produttivo che nessuno sembra intenzionato a scardinare si rivela tanto brutale da provocare una spaccatura tra l’esigenza di assecondarne i dettami e il desiderio di non finirne schiacciati.

L’autore del libro, parigino, classe 1983, docente di letteratura comparata a Paris-VIII, racconta la storia di una giovane donna, Cora Salme, impiegata nel settore marketing della compagnia assicurativa francese Borélia, al rientro in azienda dal congedo di maternità. Nel 2008 il fallimento della banca d’affari statunitense Lehman Brothers innesca il crollo di Wall Street, dando avvio a una delle più gravi crisi finanziarie dal secondo dopoguerra, il cui impatto si riverbera su tutto il globo. Anche in Francia, dunque, l’azienda assicurativa deve cambiare passo e Cora si trova costretta a confrontarsi con nuovi capi e un ambiente molto più competitivo: bisogna rinnovare, modernizzare e, soprattutto, ottimizzare le risorse umane. La minaccia di licenziamenti rende l’atmosfera carica di pressione, ma le intenzioni aziendali non sono mai dichiarate apertamente. La strategia dei superiori, infatti, è più subdola: se il dipendente sarà abbastanza efficiente ai fini della produttività, il suo posto di lavoro non verrà messo a rischio; altrimenti, dovrà addossarsi l’intera colpa.

La crisi economica diventa, così, il modo di essere permanente del capitalismo in cui la precarietà non è più una fase, ma uno status ordinario, un sistema insostenibile che costringe le persone a vivere al di sopra dei propri mezzi. In questo disequilibrio, mutilato di ogni possibilità di progetto futuro, Cora cerca faticosamente di preservare uno spazio per sé o, meglio, di sé.

Potremmo definirla, come alcuni studiosi oggi propongono, la rappresentazione della società della performance: io esisto solo se, mentre agisco, qualcun altro mi guarda validando ciò che ho fatto e, se non sarò in grado di rendere tutte le mie giornate redditizie, allora sarò destinato a provare un senso di fallimento auto-distruttivo:

«Vedendolo rientrare da una giornata qualunque, si metteva a fare la lista delle cose che avrebbe potuto fare, avrebbe dovuto fare e non aveva fatto, e alla fine si arrendeva all’evidenza di essere figlia del proprio tempo: ogni giornata in cui non aveva prodotto niente la lasciava insoddisfatta, perché aveva l’etica del lavoro radicata nelle ossa, e se il lavoro non dominava la sua esistenza quei momenti di piacere rubato restavano insulsi e ammantati dal senso di colpa».

La scelta dell’autore di mettere in relazione il ritratto personale di una donna con le dinamiche di potere di un’azienda, dunque, permette al lettore non solo di scoprire quali costrizioni ogni lavoratore subisce nella compagnia assicurativa Borélia, su tutti i livelli gerarchici, ma anche di indagare l’impatto dirompente che la dimensione professionale produce sulla vita privata di Cora. Il narratore-chiave del romanzo, Mathias, giovane giornalista entrato in possesso per puro caso di trenta diari scritti della protagonista  – «scrivere a più non posso era un tentativo di sopravvivere, di esprimere i propri sentimenti e salvarli dall’autocensura» – decide di raccogliere una serie di testimonianze da parte dei dipendenti della Borélia, intervistando le voci con maggiore peso nelle dinamiche aziendali per allargare il punto di vista esclusivo di Cora ai fini della stesura del suo libro-inchiesta.

La molteplicità di angolazioni attraverso cui la storia viene raccontata diventa la lente interpretativa per individuare le diverse cause che hanno contribuito all’evento drammatico finale, accennato già dalle prime pagine ma reso latente per gran parte del libro fino a un colpo di scena emotivamente lancinante. Così facendo, Message scongiura il rischio di un’interpretazione semplicistica dei fatti: quello che colpisce la protagonista non è solo un burnout, un esaurimento nervoso provocato dallo stress per un ambiente lavorativo particolarmente aggressivo, ma è la conseguenza di uno scollamento molto più ampio tra le attese generazionali (studia-trova un lavoro sicuro-comprati una casa-fai una famiglia) e l’assenza di strumenti che aiutino a mettere in pratica quelle stesse aspettative. Quello che la spirale di Cora dimostra è l’urgenza di ripensare del tutto i modelli strutturali ed economici che qualcun altro ha delineato per noi, prima di noi.

«Dunque bisognava vivere nel presente e trarne tutto il piacere possibile? Oppure fare di ogni momento una pietra su cui edificare il futuro, preparando la serenità di un tempo in cui saremo più liberi nelle nostre scelte, più a contatto con le nostra passioni, più utili agli altri e meno disperatamente irrilevanti?»

In mezzo, c’è una Parigi bifronte. La città della superficie, caotica, traboccante di voci disarmoniche, avvinghiata su sé stessa e le proprie convinzioni. E, poi, la città sotterranea, quieta, colma di silenzio e – nel paradosso del buio – più accogliente, specchio di un’interiorità umana torbida e composita, ma, finalmente, libera.

La scrittura di Message vive di lampi accattivanti, e si fa particolarmente attraente quando diventa immagine erotica, il corpo dell’amore. La cura verso il senso estetizzante della parola, però, è circoscritto a poche albe, e l’attenzione del lettore, in un’opera così lunga, finisce spesso per cedere all’insofferenza. Alcune porzioni del libro si riducono a una sorta di resoconto storico dettagliatissimo che, per quanto funzionale alla cornice, rischia di frastagliare l’interesse nei confronti della vicenda principale.

Attorno alla figura di Cora ruotano molti satelliti: il compagno Pierre, forse l’unico personaggio assolutamente positivo, empatico e dal cuore enorme – chi sa come si conclude il romanzo non potrà che concordare; la piccola Manon, figlia di Cora e Pierre, allo stesso tempo sfondo e motore dell’intero racconto; Maouloun, migrante clandestino che squarcia con estremo realismo il velo dell’indifferenza rispetto al tema dei conflitti politici e della non-accoglienza in terra straniera. E, infine, Delphine. In un contesto maschilista a più livelli, con dinamiche di potere sessiste che impediscono alla donna di accedere alle stesse possibilità professionali di un uomo, l’autore inserisce una figura femminile speculare e opposta a Cora. Se la protagonista subisce i meccanismi del capitalismo, ne è vittima tanto da perdere l’orientamento stesso della sua esistenza, Delphine rappresenta, invece, chi con quei meccanismi gioca con maestria, ne impara il peso senza farsi schiacciare, ne accetta le regole e le direziona a proprio vantaggio. Due possibili declinazioni del femminile nell’epoca contemporanea in cui la terza via – quella dove esistono leggi paritarie grazie alle quali nessuno è indotto al compromesso – sembra ancora irrealizzabile. 

Cora nella spirale è un libro soffocante, rivelatore, commovente e spietato. È uno specchio rotto che, tra i frammenti, rivela la nostra immagine scomposta. «La vita è il nome di ciò che allarga il divario tra quello che stiamo diventando e quello che avremmo voluto essere».