Doppi e avi, la risalita verso l’altrove

Matteo Trevisani e Matteo Trevisani. Potrebbe sembrare una ripetizione, ma non lo è. Il primo conosce la sua data di morte, ha una balena misteriosa che sorveglia la maledizione della sua genealogia, è amico di Alvise; il secondo è l’autore del Libro del sangue edito da Atlantide Edizioni, è nato nel 1986 a San Benedetto del Tronto, è editor della casa editrice Tlon nonché studioso di storia delle religioni, di magia ed esoterismo. E in questo suo terzo libro le due identità sono destinate a mescolarsi.

La scrittura pulita trova la sua forza nelle connessioni. Nel primo volume con i fulmini – Libro dei Fulmini (2017) – nel secondo con il sole e la conoscenza alchemica – Libro del Sole (2019) – nel terzo, qui in oggetto, con la propria ramificazione genealogica. Più a fondo, a un livello meta-letterario, la penna di Trevisani assorbe consistenza e pregio nel gioco strutturale che crea tra narratore diegetico ed extra-diegetico. Si tratta di riflessi tra realtà e finzione, la prima si ritrova a confluire nell’altra e viceversa in uno zampillare impetuoso di immagini e simbolismi che ne impediscono l’esatto discernimento.

La storia è quella di Matteo Trevisani raggiunto da un’email anonima. Nel corpo della stessa, scopre la data della sua morte, il 21 settembre 2021. Secondo il file GEDCOM, anonimo e senza oggetto, la sua discendenza avrà fine nel 2123, con l’ultimo Matteo (ancora una volta) che morirà giovane per una malattia del sangue. I dubbi sorgono sul confronto con la linea paterna: lungo quel ramo le morti sono differenti rispetto a quelle che Matteo ricorda. Alla fine «cosa sappiamo veramente dei nostri fantasmi?»

Poi su La Lettura del Corriere della Sera (sì, proprio quell’inserto lì) compare un articolo sui mostri marini a firma di Matteo Trevisani. Il genealogista non si aspetta quel contributo, non l’ha scritto lui, eppure l’autore ha lo stesso stile, l’identico vezzo all’aggettivazione.

Il genealogista quindi si immerge nel passato per spiegare il futuro. Per iniziare la propria indagine dovrà riprendere contatti con la sua vecchia vita. Una vita in cui la moglie Melissa e il figlio Cosmo ancora non esistono. Matteo è costretto a tornare a chiedere aiuto a casa di Alvise – anziano e illustre genealogista lombardo fatto conoscere al protagonista grazie all’intervento “divino” di Filippo Tuena (sì, quel Tuena) –, in un’arroccata villa lontana da Roma. Una volta giunto all’uscio però ad aprire è sua figlia Giorgia. Ritrovare il suo volto di ebano riporta alla mente di Matteo i momenti del loro vecchio amore, quando in quelle mura imparava a interrogare i morti. Insomma, tornando a casa di Alvise, nonostante la morte del mentore, Matteo sceglie di scavare lungo l’argine delle vite possibili e per farlo ha bisogno di (ri)vivere la vita dalla quale in passato era fuggito.

Nel corso del romanzo, l’autore alterna il racconto degli insegnamenti di Alvise (e l’amore bruciante provato per Giorgia) all’indagine sull’identità del misterioso mittente. Gradualmente passato e presente si confondono, si riallacciano portando alla luce antiche maledizioni compiute nel cuore dell’Africa, che avvicinano gli avi di Matteo e Giorgia: i due sono più legati di ciò che credevano. Lo sforzo indagatore porta quindi alla luce il disegno dell’anatema, nonché l’identità del oscuro mittente e la necessità di compiere un sacrificio per liberare la propria discendenza dalla maledizione. Fino alla fine, passato e futuro si confondono e si ripetono, ed è subito il 21 settembre 2021.

Libro del sangue suggerisce fin da subito al lettore che c’è bisogno di compiere un movimento nel profondo e nel passato. Non ci si può accostare a questo terzo volume, colmo di riferimenti storici e tematici raccolti poi dall’autore nei ringraziamenti finali, con la pretesa di poterlo isolare dai precedenti. Si potrebbe anche leggerlo in tal senso, ma se ne pagherebbe lo scotto, ritrovandosi tra le mani una storia colma di voragini svuotate di senso, poiché, come detto, è nelle connessioni con i volumi precedenti che Libro del sangue impreziosisce la propria struttura narrativa.

La storia si punteggia di numerosi rimandi, e si avverte il peso di un’opera che cerca, tramite il grimaldello della genealogia, di chiudere un arco narrativo più ampio. Si capisce in fretta, durante la lettura, che il senso del libro tende ad allargarsi, logorando i limiti fisici del tomo, sconfinando all’interno di un disegno tridimensionale più complesso.

L’incastro è intuibile quando Alvise, prima di morire, chiede a Trevisani di scegliere dalla sua ampia libreria tre volumi: «il primo libro le parlerà del passato, il secondo del presente e il terzo libro, forse, se sarà fortunato, le concederà uno sguardo sul futuro». Dalle colonne polverose colme di tomi è immaginabile cosa il protagonista si ritrovi tra le mani: Roma arcana, «che parlava delle origini mitiche dell’Urbe, e dentro di me si ridestò un sogno che avevo fatto, un uomo che fa ritorno dal regno dei morti»; poi Amphiteatrum spagiricum, «una trattazione pratica della scienza alchemica»; infine il Libro del sangue, «e non c’era indicazione del suo autore. Lo porsi ad Alvise».

Ma ciò che in questa scena appare lampante, al netto del materiale narrativo che seguirà il flusso della trama, è il manifesto programmatico di una trilogia che, inizialmente non impostata o dichiarata come tale, si riallaccia nella sua completezza in modo progressivo. I tomi pescati sono le fonti alla base dei tre volumi scritti dall’autore: Libro dei fulmini, Libro del Sole, Libro del sangue. Più in là nel testo la narrazione si intreccia persino con le prime due pubblicazioni: Giorgia e Alvise attraversano gli anni dell’esordio prima e quelli dell’alchimia dopo. Il gioco narrativo è intrigante, e diventa tanto più interessante se si prova a guardarlo come un set di linguaggi nascosti che irrorano un sottosuolo da decifrare. Rune di antichi popoli mai conosciuti si collegano lungo le trame dell’antico albero del linguaggio.

In questo senso, bisogna inserire la trilogia in un campo lungo, così che possa apparire più chiaro il disegno trittico portato a termine dall’autore. Sfogliando il Dizionario dei Simboli di Juan Eduardo Cirlot, edito da Adelphi in una nuova e aggiornata edizione, è possibile leggere del fulmine che:

«È il fuoco celeste nella sua forma attiva, di terrificante dinamismo ed efficacia. Il fulmine del Parabrahman, il fuoco-etere dei Greci, è simbolo della suprema potenza creatrice. È attributo di Giove e ne rafforza la potenza demiurgica». E poi, ancora: «il fulmine esprime la tendenza inversa (non il salire, come nel caso dell’albero, ma il discendere, ndr): l’azione del mondo superiore su quello inferiore. Inoltre è in relazione con lo sguardo del terzo occhio di Śiva, il distruttore delle forme materiali».

Il primo libro, quindi, è stato tutto impostato e giocato sul movimento discendente, fino agli inferi: un fulmine che scoperchia il mondo dei morti di Roma, le tombe dei fantasmi della sua creazione.

A proposito del sole, invece, si legge, sempre nel Dizionario dei Simboli:

«Secondo la dottrina tradizionale il cuore è la vera sede dell’intelligenza, mentre il cervello è un semplice strumento di esecuzione; perciò, quest’ultimo corrisponde alla luna, mentre il cuore corrisponde al sole, secondo l’antico sistema analogico che dimostra la profondità dei concetti e il loro persistere. Tutte le immagini del «centro» sono in rapporto con il cuore, come corrispondenze o come sostituzioni, per esempio il calice, lo scrigno e la caverna. Per gli alchimisti il cuore è l’immagine del sole nell’uomo, e l’oro è l’immagine del sole sulla Terra».

Questa volta il movimento simbolico è diverso, si tratta di un’ascesa verso un nuovo cielo che si schiude dall’alto, tramite un percorso opposto, guardando in direzione del sole accecante.

Infine, a sostegno del fatto che Libro del sangue vuole presentarsi come l’ultima pietra posta su una costruzione più imponente, discesa e ascesa esplodono contemporaneamente nella narrazione del terzo volume: verso l’alto, inseguendo le trame intricate dei propri morti, e verso il basso, rincorrendo gli impossibili fantasmi del futuro. Non è un caso che alla voce albero si legga:

«L’albero rappresenta, nel senso più ampio, la vita del cosmo, la densità, crescita, proliferazione, generazione e rigenerazione. In quanto vita inesauribile, l’albero equivale all’immortalità».

In questo modo, Trevisani riabbraccia i primi due tomi, con una catena narrativa che ne ingloba gli eventi, li sfiora, donandogli una significazione nuova e completa. Rimane, al di sotto della superficie narrativa, un simbolismo che da lettori siamo chiamati a decifrare, scoprendone se possibile la verità.

Alla fine, in questo gioco letterario, conviene diffidare di Matteo Trevisani: è lui, ma non è lui.