❤️☠️🤖 Vol.2

Il 14 maggio è uscita la seconda stagione dell’acclamata serie d’animazione creata da Tim Miller: Love, Death + Robots. L’opera aveva colpito nel 2019 per la particolarità dei soggetti trattati: diciotto episodi, autoconclusivi, di stampo fantasy, fantascientifico, weird e horror, tratti per la maggior parte da racconti di autori più o meno celebri. Ciascuno era realizzato e diretto da diversi registi, e questo aveva favorito una grande varietà a livello stilistico e contenutistico. Gli episodi realizzati in cgi fotorealistica si alternavano ad altri dall’animazione più classica.

Questa seconda stagione segue la stessa struttura della prima, ma con esiti diversi. Le puntate sono otto e si ha l’idea che la sperimentazione sia stata messa un po’ da parte. Ciò è forse da imputare al fatto che, oltre a un numero ridotto di episodi, gli sviluppatori abbiano voluto giocare sul sicuro, puntando su uno stile fotorealistico che, almeno a un primo impatto, potrebbe facilitare l’immedesimazione nella storia, coinvolgendo una fetta più cospicua di pubblico. Il ridotto numero di episodi non viene inoltre compensato dal contenuto. Trattandosi di una serie antologica, per un’analisi approfondita è doveroso però analizzare uno per uno i capitoli che la compongono, traendo così le nostre conclusioni.

1. SERVIZIO CLIENTI AUTOMATICO

Il primo degli otto episodi parte da una premessa inquietante, ma ormai abusata all’interno del panorama fantascientifico: Cosa succederebbe se le macchine si ribellassero ai propri padroni? Tratto da un racconto di Paolo Bacigalupi, la puntata, dai toni fortemente ironici, si sofferma sulla lotta tra una signora anziana e il suo robot domestico. L’episodio risulta divertente, sebbene non metta sul piatto nulla di nuovo. È un racconto godibile che punta i riflettori su un mondo in cui la tecnologia, e i robot in particolare, sono entrati nella vita quotidiana dei più. Il passaggio più grottesco è senza dubbio quello che riguarda il servizio clienti: sembra infatti avere una risposta per ogni opzione, anche la più catastrofica, ma manca di qualsivoglia empatia nei confronti della persona danneggiata. Ogni urgenza è trattata con il tempo della burocrazia, un calmo e pigro gioco di attesa di numeri premuti a seconda del problema riscontrato, anche quando il problema è un’aspirapolvere diventato un inarrestabile assassino.

2. GHIACCIO

Uno degli episodi più interessanti, tratto dall’omonimo racconto di Rich Larson pubblicato sulla rivista online Clarkesworld. La puntata presenta due chiavi di lettura: la prima riguarda la vita all’interno di una colonia terrestre su un pianeta ricoperto di ghiaccio; la seconda si focalizza, invece, sul rapporto tra due fratelli in età adolescenziale, appena trasferitisi sul pianeta, che cercano di integrarsi in quella che sembra a tutti gli effetti una comunità particolarmente riservata. A complicare le relazioni anche il fatto che uno dei due fratelli è un extro, uno dei pochi umani non modificati della colonia. La vicenda personale dei due giovani è tanto interessante quanto semplice: ruota attorno al complesso di inferiorità che il fratello maggiore percepisce nei confronti del minore, proprio a causa della mancanza di innesti artificiali. La parte intrigante dell’episodio risiede nella delineazione di questa colonia di lavoratori, gente perduta, dura, decadente, intenta ad annebbiare la mente con sostanze stupefacenti. Ci viene mostrato, in pochi minuti e in poche immagini, come potrebbe essere abitare un mondo ostile e non ancora pienamente domato. Un supplemento interessante è l’utilizzo di una lingua aliena – parlata dai coloni – che favorisce l’immersione in un mondo lontano nello spazio e, soprattutto, nel tempo.

3. POP SQUAD

Un episodio dalla premessa interessante, ma non pienamente riuscito. In questo caso la fantascienza si mescola al noir, in un mondo in cui il dono dell’immortalità è concesso a discapito della possibilità di generare una prole. Le città si dividono in due livelli: i superiori, dove vivono le classi più abbienti, e gli inferiori, dove invece risiede la gente povera, che continua – sembrerebbe più per scelta che per casualità – ad avere figli. Il protagonista è un investigatore incaricato di uccidere questi bambini, per contrastare un esponenziale aumento demografico. L’episodio è centrato sull’esame di coscienza del personaggio principale, ed è qui che perde di ritmo. Il cambiamento a cui il protagonista va incontro è reso in maniera sbrigativa, raffazzonata, e raggiunge il suo apice in un finale irrealistico.

4. SNOW NEL DESERTO

Con quest’episodio passiamo al genere fantascientifico classico: la space opera. Troviamo un pianeta colonizzato e alieni di varie razze, compresa quella umana, che vi si sono stanziati e convivono in maniera più o meno pacifica. Gli echi della frontiera americana risuonano spesso forti in questo genere, mettendo in risalto la difficoltà di vivere in un mondo ostile. Il titolo ossimorico è deriva dal soprannome del protagonista, detto “Snow” a causa del suo albinismo, uomo dalle mille risorse che girovaga in un luogo desertico, i cui insediamenti sono radi e distanziati. La trama ruota attorno al suo rapporto con una misteriosa donna e alla fuga da cacciatori di taglie che vogliono da Snow qualcosa di inestimabile. Il fulcro dell’episodio, com’è tipico della space opera, è il sense of wonder, il senso della meraviglia, che cattura lo spettatore in un mondo sconosciuto da scoprire pezzo dopo pezzo. I ritmi dell’azione sono ben calibrati, la trama, seppur semplice, cattura per la sua immediatezza e spontaneità. Una delle puntate più riuscite di questa stagione.

5. L’ERBA ALTA

Le migliori avventure cominciano sempre con un uomo che non riesce a farsi gli affari suoi; peccato che non si possa dire lo stesso per L’erba alta. L’episodio, tratto da un racconto di Joe Lansdale – autore già comparso nella scorsa stagione con gli episodi La Discarica e La Notte dei Pesci – vede il passeggero di un treno inoltrarsi in un campo di erba alta dopo che il mezzo si è arrestato, attratto da strani movimenti e luminescenze. Il tema fantascientifico, fino a questo punto della stagione particolarmente presente, lascia spazio ad atmosfere horror e soprannaturali, senza però raggiungere il risultato desiderato. La tensione è impalpabile, l’incipit e il finale prevedibili. L’episodio si fonda su cliché ai quali non apporta però particolari novità: l’attrazione verso l’ignoto, la mancanza di spirito di autoconservazione del protagonista, unito a un design dell’elemento soprannaturale poco accattivante. Capitolo non pessimo, comunque godibile, anche grazie a uno stile grafico tratteggiato che sembra riprodurre un dipinto o un libro illustrato, e smorza così le visuali cgi ultrarealistiche che dominano l’intera stagione.

6. ERA LA NOTTE PRIMA DI NATALE

La premessa è geniale: rivisitare la leggenda di Babbo Natale in chiave fantascientifico/orrorifica. Due bambini si svegliano la notte di Natale “a caccia” di Santa Claus, e provano a beccarlo intento a porgere doni. Ma la verità è che Babbo Natale non è l’anziano barbuto dal sorriso gioviale: anzi, non è nemmeno umano. Un racconto parodistico che non si limita però alla semplice caricatura, ma riesce ad andare oltre. La tensione che attraversa l’episodio è vivida, in particolare per la vicinanza con il tema trattato, così vicino alla nostra infanzia che vederlo “deturpato” non può che lasciarci un briciolo di orrore in corpo.

P.s.: Occhio ai numerosi richiami alla saga di Alien.

7. LA CABINA DI SOPRAVVIVENZA

Sebbene sia tratto da un racconto di Harlan Ellison, uno dei maestri indiscussi di quella che veniva definita “fantascienza sociologica”, questa puntata di sociologico non ha quasi nulla: solo un uomo ferito (interpretato in cgi dall’attore Michael B. Jordan) e un robot vittima di un malfunzionamento che lo rende ostile al nuovo arrivato. I due si incontrano perché B. Jordan esegue un atterraggio d’emergenza sulla superficie di un pianeta apparentemente disabitato, in cui però gli esseri umani hanno installato cabine di sopravvivenza dotate di comfort, proprio in vista di simili eventualità. Il soldato vorrebbe approfittare della struttura per chiamare i soccorsi, ma il robot – il cui design manca di ispirazione (un semplice quadrupede meccanico) non gli renderà la vita facile. Anche qui, la brevità dell’episodio non permette uno sviluppo della tensione adeguato. Inoltre, il ritmo viene più volte spezzato da flashback fuori contesto, in cui scopriamo chi è il protagonista e perché si è schiantato sul pianeta. Nessun colpo di scena, solo un’accozzaglia di elementi incollati insieme contro qualunque logica. Se al posto di questi ricordi (che non offrono alcun risvolto clamoroso della trama, ma si limitano e informarci sul come e perché in cui il protagonista si sia schiantato sul pianeta) i creatori si fossero invece concentrati sulla lotta tra uomo e macchina, l’episodio sarebbe stato di gran lunga più apprezzabile. Puntata giocata in teoria sulla tensione, ma nei fatti anonima.

8. IL GIGANTE AFFOGATO

L’ultimo episodio della stagione, il più introspettivo, è tratto da un racconto di J.G. Ballard, altro grande esponente della fantascienza che ha usato il genere per indagare i limiti, le contraddizioni e gli aspetti più aberranti dell’animo umano. La vicenda ruota attorno al ritrovamento di un gigante – una creatura quasi mitologica – spiaggiato. Da qui l’espediente per analizzare i modi con i quali gli uomini si potrebbero rapportare a una situazione fuori dal comune. Il primo stadio è governato dall’ostilità; questa poi lascia spazio allo spirito di esplorazione, alla curiosità. Gli individui iniziano infatti a salire sul corpo del gigante, a giocare, a conoscerlo. Il narratore, nonché protagonista, si lascia andare a un flusso di riflessioni, che, se all’inizio vertono unicamente sullo strano ritrovamento, passano, conseguentemente allo scorrere del tempo, a prendere in esame l’essere umano in quanto tale. Quella che sembrava un’innocua perlustrazione diventa però presto vilipendio, sciacallaggio di reliquie, finché tutto non torna alla normalità e del gigante non resta alcuna traccia. L’essere umano finisce sempre per dimenticare gli eventi, anche i più memorabili, e come il gigante è entrato nella sua vita, ne esce senza fare troppo rumore. Siamo incapaci di riconoscere la grandezza, la bellezza, e se ne siamo in grado, è solo per un lasso di tempo insignificante.

Questa seconda stagione di Love, Death + Robots, in conclusione, poteva essere molto di più. La prima ha stupito per il suo format, per le idee che ha introdotto, mentre questa seconda regala semplicemente qualche buona perla senza sbilanciarsi. È mancata la voglia di sperimentare, di consegnare una narrazione esaltante. Difettare di creatività nel genere fantastico è infatti l’errore più banale, e più grave, che si possa commettere. Non ci resta che riporre le nostre speranze in una terza stagione.