Sangue, madri e streghe

L’horror è uno dei generi più politici che esistano. Lo insegnava già Romero con L’alba dei morti viventi (1968) e i suoi zombie proletari, seguito da Carpenter, prima con la guerra fredda trasposta in Antartide (La cosa, 1982), poi con l’invasione consumistica aliena (Essi vivono, 1988). Settore a lungo appannaggio di registi uomini, l’horror è stato spesso considerato un genere misogino, che offriva corpi triturati di bionde in pasto a un pubblico in cerca di emozioni forti. In una temperie storica in cui il femminile rivendica sempre più spazio e voce, Jude Ellison Sady Doyle, con Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne (Edizioni Tlon, traduzione di Laura Fantoni), ci consegna un testo stratificato e multiforme – «un mostro di Frankenstein» – che analizza i modi in cui la femminilità è stata demonizzata nella cultura popolare e trasferita su pellicola. Scopo dell’autore è tracciare una mappa a partire dalle tre macrocategorie in cui la donna è ingabbiata dal patriarcato – figlia, moglie, madre – per redigere una «contromitologia» dell’orrore e liberare queste figure dalla loro prigionia.

Il mostruoso femminile è un testo brillante e limpido, che oscilla tra leggende e finzioni cinematografiche, senza temere di lasciarsi contaminare dalla realtà. È infatti nelle tragiche storie vere di donne maltrattate e uccise che tu rintracci gli archetipi delle sublimazioni narrative diventate poi cult ai botteghini (penso ad Augusta Gein come ad Anneliese Michel, a Laci Peterson come a Bridget Cleary). Uno degli aspetti che più colpisce del libro è come, pur mantenendo una profonda sensibilità e senso di pietas verso queste figure, la scrittura riesca sempre a includere un sottotesto ironico. Il mostruoso femminile è infatti, tra le altre cose, un trattato spaventosamente divertente, che ricorda la risata liberatoria che segue un jump scare al cinema. Lo definiresti il sarcasmo caustico di chi osserva la catastrofe? 

Trovo che l’horror sia un genere davvero liberatorio, perché tratta la violenza del mondo in modo schietto. Trascorriamo la maggior parte delle nostre vite evitando certi argomenti: il sesso, la morte, il corpo. Di violenza domestica e sessuale soprattutto, e questo vale per le donne, non si dovrebbe parlare. E non solo si dovrebbe vivere nel terrore di toccare certi temi, sempre tesi a schivarli, ma anche parlare di quel terrore è diventato un tabù. L’horror spalanca la porta alla violenza e alle emozioni interdette, permettendoci di nominarle.

Ciò significa che l’horror può essere molto divertente. Anche la commedia, infatti, ha origine dai tabù. Molti appassionati dell’horror sviluppano un macabro senso dell’umorismo, a forza di guardare personaggi subire ridicole atrocità. Nell’horror involontariamente comico che preferisco, The Unborn (1991), c’è una donna che porta in grembo un feto malvagio e che decide di abortire. Il feto, però, non solo sopravvive all’aborto ma si arrabbia tanto da nascondersi nella sua macchina e saltar fuori dal vano portaoggetti per attaccare il guidatore. La macchina si schianta ed esplode, ovviamente.

Ancora oggi non mi viene in mente nulla di più divertente di quel piccolo fantoccio in agguato nella macchina con un coltello. Per tutta la vita l’aborto e la contraccezione mi hanno scandalizzato, perché ero indotto a ritenerli forme di “infanticidio”, a pensare che fossero azioni crudeli o violente, che l’autonomia riproduttiva fosse vergognosa. L’idea che questa donna abbia tutte le ragioni del mondo per abortire, dal momento che il suo feto stava già pianificando di farle saltare in aria la macchina, la trovo incantevole.

L’umorismo del Mostruoso femminile viene da qui. Se si affrontano i tabù a testa alta si capisce non solo in che senso siano pericolosi, ma anche quanto siano assurdi. È un mondo vecchio e crudele, ma è anche ridicolo. Pensavo che non sarebbe stato possibile sopportare tutto il dolore di cui si parla nel libro, a meno che non ne avessi resa evidente l’intrinseca assurdità.

Il saggio mostra (fra note e appendice) un tenace lavoro di ricerca. Come ti sei mosso per la selezione del materiale e dei temi? Il lavoro di scrittura procedeva parallelamente a quello di ricerca, o il primo ha avuto origine quando hai pensato di aver collezionato abbastanza? 

Di alcune storie contenute nel libro ho sempre voluto scrivere. Quando avevo sedici anni mi sono imbattuto nell’omicidio di Bridget Cleary e da allora il suo caso mi ha ossessionato. Il marito la uccise perché credeva che fosse un changeling, un sostituto mandato dalle fate. Le leggende sui changeling, soprattutto quelle che riguardano i bambini o, meglio, che forniscono ai genitori un pretesto per uccidere o abbandonare i propri figli, sono terribili, e ne ho letto per decenni. Lo stesso vale per l’esorcismo di Anneliese Michel: anche qui il sovrannaturale – in questo caso la possessione demoniaca – è stato invocato per giustificare la violenza dei genitori verso la figlia. E la storia di Mercy Brown, il cui cadavere è stato in parte divorato dal fratello che la credeva un vampiro, è una di quelle cose che non si scordano mai.

Pur avendo tutte queste storie di donne tacciate di essere mostri e perciò punite, mi mancava un contesto più ampio in cui inserirle per poter condurre un’analisi. Dovevo tracciare una mappa di tutte le tipologie di mostro più comuni che una donna può incarnare. Ho voluto cominciare da esempi che tutti potessero riconoscere, archetipi contemporanei, e così ho iniziato a guardare film horror. Per mesi, ogni giorno ne guardavo moltissimi uno dopo l’altro. Passavo in rassegna tutte le piattaforme streaming a mia disposizione. Poi mi sono reso conto che non stavo scrivendo un libro di critica cinematografica, e che forse molti di questi mostri erano “tratti da una storia vera” (Dracula, per esempio, in parte si ispira a ciò che è accaduto a Mercy Brown, e Psycho a un serial killer di nome Ed Gein), allora sono passato a cercare nella letteratura true crime, nelle leggende metropolitane e in altre storie di violenza dei giorni nostri.

Così mi sono fatto un’idea di quali creature mostruose popolino la nostra immaginazione oggi. Ma quei mostri non sono sbucati fuori dal nulla: dopo aver esaurito il presente, ho dovuto seguire le loro tracce indietro fino al tempo del mito. Il mostro di Under the Skin, l’alieno mangia-uomini che vive in un abisso nero e ha le sembianze di una bellissima donna, rimanda chiaramente alle sirene e alle lamie. Il T-Rex di Jurassic Park è un’altra versione del mostro di Frankenstein – è tornata in vita dalla “morte” dell’estinzione per mano di scienziati che non riescono a controllarla – ma è anche connessa alle splendide dee-drago, come Tiamat. A partire da Jurassic Park è possibile risalire fino alle origini della parola scritta, e mi sembra magnifico. Conoscere i nostri miti contemporanei permette di osservare l’intera storia della paura umana.

Ho notato che tra i materiali analizzati non ci sono riferimenti al sottogenere del rape&revenge, di cui uno dei più noti e controversi capostipiti è I Spit on Your Grave (spesso definito al limite del torture porn), e in cui si ritrovano anche opere più pop come il dittico Kill Bill, fino al recentissimo Una donna promettente di Emerald Fennell, candidato a cinque Oscar. Non analizzare questo filone è una semplice scelta di gusto o spazio, o deriva invece da un ragionamento preciso?

Spero in futuro di poter analizzare il genere rape&revenge più diffusamente, perché credo che racchiuda molto potenziale. Ho amato Una donna promettente. Negli Stati Uniti si discute molto se sia abbastanza positivo o edificante; io, invece, lo trovo liberatorio proprio perché non ha un messaggio edificante – non accade quasi mai che una donna dia sfogo a tali sentimenti di rabbia e disperazione assolute come quelli che sono al cuore di questa storia. Quel film non è altro che un urlo di furia primordiale, che non vuole aggiustare nulla, ma vuole soltanto essere ascoltato e onorato. Potentissimo.

Certo, alcuni film rape&revenge funzionano. L’esempio classico è L’angelo della vendetta (Ms .45). Mi piacciono anche Audition Jennifer’s Body. Detto questo, però, non riesco a vederne molti, perché spesso lo stupro viene mostrato e spettacolarizzato al punto da renderne la visione traumatica e dolorosa. Di solito per il pubblico maschile il fascino del rape&revenge risiede tanto nello stupro quanto nella vendetta: prima guardano una donna che viene brutalizzata e godono di quella violenza cruenta, esplicita e sessualizzata, poi assistono alla sua furia abbattersi sugli aggressori e così possono scrollarsi di dosso il peso per aver gradito lo stupro.

Non voglio esserne parte. Come survivor non ne ricavo né piacere né liberazione. Vorrei piuttosto che le storie rape&revenge fossero centrate sui bisogni e sulle prospettive di chi sopravvive all’abuso. Le donne stanno esplorando nuovi approcci a questo genere che non facciano della violenza una forma di spettacolo sessualizzata: la scena di “stupro” in Jennifer’s Body è straziante perché si concentra sulla paura e l’impotenza di Jennifer, ma è anche profondamente metaforica e termina prima che possiamo vederla. Il suo corpo non è a nostra disposizione. Una donna promettente non mostra mai scene di stupro, eppure quell’orrore è sempre reale e palpabile.

Lo stupro priva la vittima della possibilità di agire, e la vendetta, credo, è una fantasia seducente soprattutto perché consiste nel riassumere il comando. Per me questa è la cosa più importante: restituire il controllo alle survivor, che sia nel modo in cui gestiamo le conseguenze dell’aggressione o dando loro la possibilità di governare la narrazione di queste storie.

All’interno di molti passi del volume sottolinei quanto alcuni flagelli del mondo femminile si estendano (con tutto il loro peso) ad altri soggetti oppressi per classe sociale, origine e/o colore della pelle. «In questo sistema le donne bianche, come Melinda Moser, ottengono una sorta di potere patriarcale che possono esercitare sulla capacità riproduttiva delle donne con meno privilegi, utilizzando i loro corpi emarginati per creare la famiglia che desiderano. Proprio come i patriarchi, le donne con i soldi possono requisire la maternità a quelle che i soldi non li hanno».  La necessità di intersezionalità è una consapevolezza che sta arrivando anche alle vette del femminismo convenzionale, ma non è ben chiaro come e se il blob della commercializzazione capitalistica (la stessa che crea i kit da strega di Sephora) arriverà a imbrigliarlo. Pensi che questo cortocircuito porterà a uno scossone o il blob l’avrà ancora vinta? 

Il mostruoso femminile parla di genere (soprattutto di donne), ma spero sia chiaro che non credo sia questa l’unica struttura oppressiva a operare nel mondo. Tutto ciò è profondamente connesso al capitalismo, al colonialismo, alla supremazia bianca, all’omofobia e alla transfobia – questo blob, come lo avete definito, vuole consumarci tuttə.

Comprendo il genere, il patriarcato e la misoginia meglio delle altre strutture. Su quel fronte ho studiato di più. Ma questi argomenti sono inevitabilmente connessi l’uno all’altro. Se al tempo in cui ho scritto il libro fossi stato più informato riguardo al colonialismo, per esempio, avrei saputo che l’idea patriarcale dei due generi, uno dei quali è “naturalmente” responsabile dell’altro, è un’invenzione recente – un’invenzione bianca, occidentale e cristiana. Le altre culture che di generi ne avevano più di due sono state sistematicamente cancellate e soppresse. Credo che un’approfondita analisi del legame tra supremazia bianca e mostruosità condurrebbe a risultati altrettanto interessanti di quelli presentati in questo libro, se non di più.

Negli Stati Uniti spesso parliamo di capitalismo e identità come se fosse possibile occuparsi solo dell’uno o dell’altra. Il punto è che “le politiche identitarie” impediscono a tuttə noi di unirci in un’unica classe operaia. È vero che il capitalismo si impadronirà di quanto più gli è possibile – non è solo Sephora, spesso a perpetrare questa grottesca appropriazione di pratiche spirituali indigene o della popolazione di colore sono anche i gruppi New Age o neopagani. Grattato via il marchio di fabbrica e aggiunto un cartellino con il prezzo, diventa subito l’ultima moda tra i bianchi. Pensare soltanto al proprio “potere” o alla propria felicità, senza badare a come i sistemi più grandi cerchino profitto, è pericoloso. Senza giri di parole: hanno bisogno che ci sentiamo impotenti, perché solo così continueremo a comprare quelle stronzate che dovrebbe farci stare meglio.

Tuttavia, più scendiamo in profondità nelle nostre oppressioni individuali più avvertiamo le connessioni. Con Il mostruoso femminile ho iniziato dal femminismo e ho continuato a scavare fino a imbattermi nella teoria queer, che si è rivelata essere ciò di cui avevo bisogno. La teoria queer, poi, mi ha costretto ad affrontare la cultura bianca, la cancellazione di tutti i generi non-binari che questa ha operato e la costruzione del patriarcato che conosco e disprezzo. Dobbiamo prendere coscienza a partire dalla nostra personale condizione, avere presente chi stiamo ferendo e chi, invece, sta ferendo noi, e poi possiamo iniziare a fare a pezzi il blob.

«L’umanità è definita dagli uomini, perciò le donne, che non sono uomini, non sono umane. Da qui la necessità che vengano dominate dagli uomini – e se le donne si ribellano a questo dominio, diventano mostruose». Con questo assioma definisci fin dalle prime pagine del libro la donna come “Totalmente Altro” rispetto a quell’ordine di idee sistematizzato e pervasivo che è il patriarcato. Ti senti vicina a pensatrici del post-antropocentrismo come ad esempio Donna Haraway, che nel suo Chthulucene (Nero edizioni) parla proprio dell’importanza della mostruosità e dell’ibridazione?

Devo ammetterlo, non ho letto quel libro di Haraway, ma già il titolo mi ha conquistato. Per me essere mostruoso significa essere quel tipo di persona per cui la nostra cultura non ha spazio nella sua immaginazione. Significa essere queer, trans, gender non-conforming – in una società che definisce la “femminilità” come “impotenza”, ogni donna dotata di potere è gender non-conforming – significa non provare vergogna né paura, essere fino in fondo sé stessi senza alcun riguardo per le definizioni o i limiti che la nostra cultura impone. Quasi certamente quella persona verrà insultata o additata come mostruosa perché rappresenta una minaccia per il potere costituito. Gli insulti, però, potranno diventare medaglie al valore, la prova di quanto è forte.

Nel libro riprendi il pensiero di Silvia Federici e la sua analisi dello stretto legame che intercorre tra capitalismo e oppressione patriarcale, dove la caccia alle streghe non sarebbe che una delle prime manifestazioni di un potere fondato sull’accumulazione maschile di patrimoni e conoscenze. Secondo le teorie accelerazioniste, il capitalismo è insostenibile e contiene in sé i germi della propria distruzione. Credi che lo stesso possa dirsi per il patriarcato? 

Sì. La prima cosa da dire riguardo al patriarcato è che è costruito. Non rispecchia alcuna verità essenziale dell’umanità, non può funzionare. L’intero sistema è fondato su un innaturale binarismo di genere e una gerarchia biologica deterministica che non esiste in natura. Si sostanzia della capacità che gli uomini cis hanno di controllare una certa funzione, quella della gestazione, che non avviene nei loro corpi – e anche nei corpi in cui accade non è pienamente controllabile. L’idea patriarcale è che Dio è un uomo (un uomo bianco, cis, abile e più o meno etero: il Dio cristiano forse non ha una ragazza, ma di certo non ha un ragazzo) che ha il pieno potere sul Suo regno, l’universo intero. Re, CEO e simili sono come Dio ma in scala ridotta, anche loro bianchi cis etero e abili e in completo controllo delle loro società o nazioni; scendendo ancora nella scala, il padre è il Dio che governa la propria famiglia… Ma questo è un mito: è impossibile avere il pieno dominio sul corpo o i desideri di un altro individuo. Il potere a cui aspirano gli uomini sfugge dalle loro mani di continuo. Tutta la violenza che hanno esercitato su donne e persone queer aveva lo scopo di farci rigare dritto, eppure donne e queer sono ancora qui a fare le proprie scelte. Non puoi liberarti di noi, non puoi controllarci. Presto o tardi tutto questo andrà in rovina. E allora perché non ora? La casa sta già cadendo a pezzi, perché non darle fuoco?

Dopo le tre lenti di figlia, moglie e madre con cui osservi la donna nel tuo libro, proponi un’alternativa: la strega. La magia femminile, con la sua spinta vitale e la sua carica sovversiva, è incarnazione di un legame con la natura non più basato sull’oppressione ma su liberazione e compenetrazione, un modello di vita più fluido contro le strutture rigide imposte dal patriarcato. In questo senso lo scatenarsi di un simile potere potrebbe rappresentare il cambiamento di paradigma necessario a un rapporto più sostenibile con il resto del vivente?

La figura della strega mi affascina perché vive al confine tra l’umano e il mostruoso. Penso alla leggenda di Biddy Early, una strega irlandese molto nota. Venne processata per stregoneria, ma non fece la triste fine di chi subisce queste accuse: fu giudicata innocente perché nessuno dei suoi vicini testimoniò contro di lei – una metà le doveva qualcosa, l’altra metà la temeva. Era una strega talmente rinomata che nessuno si sarebbe azzardato a darle della strega in pubblico. Questo è vero potere.

Biddy aveva ottenuto quel potere dopo che le era accaduto un fatto terribile. Le versioni differiscono: a quanto pare suo figlio, o suo fratello, era stato rapito dalle fate. Indipendentemente da chi le venne sottratto, Biddy fu così buona con il changeling ricevuto in cambio che le fate le assicurarono per sempre la loro assistenza. In Irlanda le fate non erano creature gentili: oscure e terribili, uccidevano bambini, vivevano ai margini in luoghi selvaggi, e se le incontravi ti facevano diventare pazzo o ti rubavano l’anima. Eppure trattandole con rispetto e benevolenza, Biddy Early era stata in grado di creare con loro un legame. Così, se uno dei suoi vicini fosse divenuto il loro bersaglio, Biddy poteva fare un paio di chiamate e farle smettere.

Mi sembra una potente metafora per comprendere il modo in cui gestiamo il nostro dolore quando siamo emarginati. Se ti capita qualcosa di oscuro e terribile, puoi respingerlo e rifiutarlo oppure puoi rendere quella ferita la tua luce. Se facciamo amicizia con le verità che la nostra società rigetta, con l’oscurità che è dentro di noi, se agiamo solidali con chi è considerato “mostruoso” o subumano, acquisiremo saggezza e potere.

Ciò significa vivere in armonia con la natura, certo, anche se non sono abbastanza ecofemminista per dire come si debba fare. Significa abbandonare l’idea di dover per forza dominare la natura e sfruttarne le risorse. Significa soprattutto, per come la vedo io, smettere di dominare gli altri esseri umani e di sfruttare le loro risorse. Ci sono modi diversi di essere potenti e derivano tutti dalla solidarietà, dalla comunità e dal modo in cui usiamo il nostro dolore per fare del bene agli altri: Biddy Early, dopo aver perso un figlio, si è assicurata che nessuno dei suoi vicini ne perdesse altri. Se ti viene inflitta una ferita, ti viene anche dato uno scopo e una comunità, sei chiamato a proteggere le altre persone dal venire ferite nella stessa maniera.

Il vero potere è questa trasformazione alchemica del dolore e dell’impotenza in solidarietà, saggezza e compassione. Spero che tuttə noi diventeremo streghe venendo a patti, ognunə a suo modo, con ciò che si trova là fuori nel bosco.