Non è un paese per buoni

Marla Grayson non usa mezzi termini. Sembra non averne mai usati nella vita. Tutto di lei parla da sé. È algida, fredda come la linea precisa del suo caschetto che non lascia spazio a capelli fuori posto. Le sue labbra sottili e i suoi occhi celesti nascondono un abisso di terrore.

Nel suo mondo, una giungla urbana americana, esistono solo due tipi di persone, gli agnelli e i leoni. Chi soccombe e chi vince. Chi sopravvive e chi muore. E lei, neanche a dirlo, è senza dubbio una leonessa. La sua preda sono gli anziani della middle class a cui apparentemente tiene molto, forse troppo. E infatti le è bastato trovare la crepa nel muro della giustizia per insinuarsi nella loro solitudine, diventarne il tutore legale e avere il pieno controllo dei loro risparmi. Più sono soli e meglio è. Non c’è spazio per sentimentalismi di alcun tipo. Il piano è lineare, ma diabolico nella sua semplicità: ha corrotto un medico, è apparsa ingenua davanti a un giudice dall’aria bonariamente incosciente e il gioco è fatto. Marla è riuscita a costruirsi un impero.

Nella spietata logica della giungla tutto sembra andare perfettamente come deve. La leonessa, indisturbata, mangia la gazzella, fino a quando non le capita sotto tiro Jennifer, una signora anziana apparentemente innocua, ma che nasconde un passato oscuro. Infatti quella che sembrava una gallina dalle uova d’oro, si rivela invece la madre di un pericoloso boss della mafia russa.

Nasce così una lotta ad armi pari. Il figlio rivuole la libertà della madre finita sotto la tutela legale di Marla che a sua volta non vuole perdere l’ennesima fonte di guadagno. I due leoni si riconoscono, l’una fiuta le mosse dell’altro. Inizialmente sanno che non c’è spazio per entrambi, uno dei due deve soccombere. Sono pronti a una guerra all’ultimo sangue. In prima battuta l’avidità dell’una si scontra con l’amore filiale dell’altro, poi è la brama di potere a condurre il duello, seguito dal desiderio di vendetta che si trasforma ben presto in un’estenuante lotta per la sopravvivenza. Scappare non rientra nella logica dei leoni ed entrambi sanno che non è un’opzione percorribile.

J Blakeson porta sullo schermo una dark comedy dai tratti thriller ambientata in un fumetto contemporaneo. Marla, Rosamund Pike di Gone Girl, e Roman Lunyov, Peter Dinklage di Game of Thrones, sono supereroi, il loro potere è la cattiveria e, in un mondo in cui questa è l’unica arma, si contendono il primato. Dove può arrivare la loro spietatezza? Lei è malvagia ma sostenuta dalla legge, lui è un malavitoso mosso però da sentimenti umani. Non cercano una giustizia che non gli appartiene perché semplicemente non è parte di questo mondo. La dea, più che bendata, è raggirata e utilizzata come espediente per fini delittuosi.

Dai crimini commessi alla luce del sole, nella seconda parte della pellicola la regia passa all’oscuro mondo notturno della malavita. È il tramonto del sogno americano che rompe lo specchio della sua ipocrisia e mostra il lato oscuro del successo facile, sorretto da illeciti e giochi di potere. Tutto del film ricorda un fumetto, i colori prima molto accesi, poi molto scuri, la costruzione dei personaggi connotati da marchi indelebili e ricorrenti, come la sigaretta elettronica che Marla brandisce come una arma. Le musiche psichedeliche, poi, sono la cornice di una rappresentazione acida e post-moderna che utilizza la denuncia sociale come espediente retorico per raccontare i paradossi di un pianeta parallelo ma che, si intende, è molto più simile al nostro di quanto vorremmo.

Antieroina per antonomasia, Marla è il prototipo di un nuovo universo femminile in cui le donne protagoniste dei loro crimini non devono essere salvate, tantomeno assolte. Ambiziose fino alla morte e disgustosamente ciniche, non sono angeli e non sono vittime. La loro bellezza non è eterea, ma glaciale. Persino Jennifer, sulla carta un’indifesa signora anziana (Dianne Wiest), si rivela a sua volta una leonessa, veterana certo, ma con un passato costellato da altrettante atrocità.

Gli uomini per contro (e non a caso) sono pedine o ingenui accessori. Il giudice non capisce chi ha davanti, pensa di avere il controllo per la tutela degli anziani, ma è inconsapevolmente complice di un sistema che serve solo ad arricchire la vera predatrice. Ed è lo stesso per il direttore dell’ospizio che davanti all’onnipotenza di Marla non può che assecondarla nella sua follia. Tutti, assoldati e silenti, sottostanno alla sua spietatezza. La partita è insomma davvero giocata solo dalle donne che governano questa nuova Gotham dei giorni nostri. L’unico uomo all’altezza della regina è il boss della mafia, ruolo convenzionalmente associato a un determinato stereotipo e qui interpretato da un attore completamente diverso, temuto da tutti tranne che da lei. In quel mondo in cui non c’è spazio per il politicamente corretto sono completamente riscritte tutte le convenzioni sociali. Donne, anziani, gay, sono emancipati da ogni narrazione e possono essere finalmente cattivi. Più lo spettatore si allontana dai due protagonisti, più si trova a dover mettere in discussione quello in cui ha sempre creduto. I sentimenti ambivalenti nei confronti dei leoni muovono lo spettatore tra le pieghe dei suoi cliché. La critica che ne emerge è tanto esplicita quanto scomoda. Il finale è la conferma del paradosso. La protagonista per l’ultima volta ci lascia senza parole, ma d’altronde Marla non usa mezzi termini. Sembra proprio non averne mai usati nella vita.