Il Capitale è morto (e anche noi non ci sentiamo tanto bene)

«Alexa, ordinami una copia del Capitale di Marx».

I tre volumi de Il Capitale di Marx giacciono nella mia libreria in un piano tutto loro, disposti in orizzontale, con in cima il Libretto rosso di Mao. Risalgono tutti agli anni ’70, sono di mia madre. La stessa donna che «alla tua età uscivo di casa scalza e avevo sempre dei bellissimi poncho» in questo momento (è da poco passata l’ora di cena) sta probabilmente giocando sul suo iPad a Pet Rescue, o a Bridge, se nel pomeriggio si è messa d’accordo con la sua amica. Da qualche tempo ha deciso di accompagnare queste attività video-ludiche con un sottofondo musicale, proveniente da un dispositivo Amazon Echo: «mi fa tanta compagnia!». Ormai tutto ciò ha smesso di scandalizzarmi. Eppure stasera mi chiedo: mamma lo avrà mai letto, ’sto Capitale? Una cosa la so di sicuro: a me non è mai passato per la testa neanche di sfogliarlo! Ma sono stato ben contento di leggere Il capitale è morto. Il peggio deve ancora venire, McKenzie Wark, Nero edizioni.

Secondo Wark il pensiero occidentale, diciamo così, “di sinistra” è bloccato in una semplice logica binaria: il comunismo non è arrivato, dunque quello che abbiamo di fronte dev’essere ancora capitalismo. Per analizzare lo stato attuale delle cose (in una parola: internet) ci si è perciò limitati ad aggiungere dei «modificatori» accanto al termine “capitalismo”: della sorveglianza, dell’informazione, delle piattaforme, 24/7, neoliberale, postfordista and so on and so on. McKenzie Wark ci propone invece di essere fino in fondo marxisti, di pensare perciò a Marx come a un poeta che ha costruito un linguaggio per comprendere il suo tempo, senza mutuare un «canone poetico» dai suoi predecessori. Abbiamo bisogno di détournement, di nuove narrazioni, che perlomeno ci traggano fuori da questa malinconia di sinistra e da quell’industria culturale che è diventata la teoria critica (una «specie di fanfiction di Marx»).

Dunque: diamoci la possibilità di pensare che il capitalismo non si sia limitato a cambiare aspetto, mantenendo salda la sua «essenza eterna», ma che, nonostante in Occidente non si vedano partiti bolscevichi al potere, sia davvero accaduto qualcosa di nuovo. Una nuova classe, quella dei vettorialisti, ha preso il sopravvento, portandoci di fatto oltre l’era del capitale. Così come i capitalisti che detenevano i mezzi di produzione (industriali) hanno prevalso sui proprietari terrieri, i vettorialisti formano oggi la nuova classe dominante, grazie alla produzione delle informazioni e al loro controllo, permesso da una forma immateriale di proprietà privata, la proprietà intellettuale (brevetti, marchi, diritti d’autore). Il vettore (in astratto, l’infrastruttura che veicola le informazioni) sfrutta la classe degli hacker, termine che nel libro designa in senso piuttosto ampio (e forse controintuitivo) tutti coloro che per lavoro devono produrre di continuo nuove informazioni, mettendo insieme perciò “creativi”, scienziati o tecnici, studiosi di ogni tipo. Gli hacker (o «infoproletari») si differenziano da operai e contadini perché non devono svolgere ripetutamente lo stesso compito, e il valore del loro lavoro (cognitivo) non si può misurare con il tempo impiegato («la classe capitalista si nutre dei nostri corpi, quella vettorialista dei nostri cervelli»).

Si profila perciò un nuovo rapporto di classe, che si aggiunge ai rapporti già esistenti, creando combinazioni inedite di alleanze e conflitti. Questa di Wark è anche un’esortazione rivolta ai suoi lettori (a me e probabilmente a te, compagnǝ hacker che stai leggendo) ad assumere una coscienza di classe e riconoscere gli altri intellettuali (umanisti o meno) come compagni di lotta, al di là delle divisioni a cui siamo abituati dalla nostra scelta di facoltà («Acquisire una coscienza di classe è parlare un’altra lingua. Significa rifiutare i termini dati e cercarne di nuovi, insieme a nuovi concetti»). A questo scopo, l’autrice dedica una particolare attenzione alla storia della «scienza rossa», raccontando esperienze come quella del movimento Social Relations of Science, attivo tra gli anni Trenta e Cinquanta, nel quale i lavoratori scientifici, del tutto sconosciuti rispetto agli intellettuali umanisti engagé, criticavano l’appropriazione capitalistica delle nuove potenzialità tecnologiche (al contrario, oggi le facoltà di ingegneria mi sembrano piene zeppe di tecno-entusiasti fan di Elon Musk).

Nel settimo e ultimo capitolo McKenzie Wark mostra tutta la sua passione per il «marxismo volgare», in barba a chi, come Adorno, Lukàcs, Merleau-Ponty, Althusser o Negri (questo elenco vi dà l’idea dell’ampiezza di riferimenti che appaiono nella bibliografia), ha utilizzato il termine in senso spregiativo, ritenendosi depositario di un marxismo ortodosso o raffinato. A questi “professoroni” che si sono formati in campi tradizionali, teorici, basati sulla scrittura, si oppongono così i marxisti volgari che coltivano «pratiche non scrittorie di creazione». L’autrice ha quattro nomi per noi: Andrej Platonov, Angela Davis, Pier Paolo Pasolini (in veste di regista), Asger John. La scrittura teorica, plasmata da università e cultura alta, fa credere a chi la pratica di possedere qualcosa che manca agli altri lavori intellettuali, impedendogli così di porsi una questione riguardo la propria collocazione di classe e la loro efficacia nelle lotte. Al contrario, «ci vogliono conoscenze tecniche reali (scientifiche) o esperienze situate (artistiche)», anche perché «la lingua scritta non è un buon punto di partenza per capire come le forme tradizionali siano state sostituite dallo sviluppo della tecnologia mediatica stessa». Le ultime pagine del libro sono brillanti, quest’ultima frase ancor di più, e mi fa desiderare che le analisi di Wark si fossero estese ulteriormente su un possibile superamento della teoria in forma scritta/accademica, che qui invece è solo accennato. L’autrice rimane infatti dentro un frame marxista, certamente “eretico”, che però restringe i suoi movimenti ad analisi di forze di produzione e conflitti di classe. Il sottotitolo di questo libro è «il peggio deve ancora venire»: in effetti nel corso del libro viene ripetuto qualche volta che ciò che abbiamo di fronte «non è più capitalismo, è qualcosa di peggio», perché «ha sottratto ulteriormente alle persone il controllo sulla loro vita lavorativa e quotidiana, […] espande lo sfruttamento della natura fino a una possibile estinzione». Ma niente di tutto ciò viene elaborato granché: ad esempio non vengono affatto considerati gli effetti disastrosi che l’industria dei dati ha anche su chi non lavora propriamente in ambito cognitivo/intellettuale (e dunque credo che non possa essere collocato nella classe hacker), ma semplicemente utilizza smartphone e social media.

In caso ve lo foste chiesto e siate ancora qui a leggere, avendo ignorato le decine di stimoli diversi apparsi sul vostro device, ho appena controllato i volumi del Capitale di cui dicevo sopra. Ebbene, ho trovato sottolineature e appunti a margine, nell’inconfondibile grafia di mia madre, in tutti i volumi eccetto l’ultimo. Che mia madre, da studentessa di psicologia, abbia letto con dedizione tutte quelle pagine di astruse formule economiche a un’età più giovane di quella che ho io, che mi sforzo di parlarvi di questo godibilissimo e agevole saggio un po’ hipster, credo dica qualcosa dei quarant’anni che sono passati.