Gli occhi sono quassù

«I was thinking about boys»: Una donna promettente, film scritto e diretto da Emerald Fennell e interpretato da Carey Mulligan, si apre sulla voce cristallina e sognante di Charli XCX, mentre l’inquadratura scorre su una serie di bacini maschili danzanti illuminati secondo una scala cromatica che passa dal rosa al blu. Un po’ come i capelli di Harley Quinn.

La ripresa fluida e ravvicinata dei corpi, insieme a una musica di commento che accompagna lo spettatore dentro la scena, improvvisamente si allontana, si posiziona all’esterno e fissa uno sguardo più oggettivo su uno spettacolo ora diverso da un’ironica fantasia pop e più vicino, invece, all’immagine realistica di un locale notturno a fine serata. Lo stesso movimento caratterizzerà tutta la storia a vari livelli: dall’interno all’esterno, dall’illusione patinata alla cruda realtà.

Una donna promettente è stato presentato a gennaio 2020 al Sundance Film Festival, ma come molti altri prodotti cinematografici ha risentito della pandemia ed è uscito nelle sale statunitensi soltanto alla fine dell’anno. Il film ha ottenuto quattro candidature ai Golden Globes e cinque nomination agli Oscar, per il montaggio, la sceneggiatura originale, la regia, l’attrice protagonista e, ciliegina sulla torta, per il miglior film.

«Fuck her» sono le prime parole che sentiamo pronunciare nel film. L’attenzione di un gruppo di giovani uomini ben vestiti viene attirata da una ragazza riversa su un divano dall’altra parte del locale, così ubriaca da non riuscire a tenere su la testa. Uno di loro, infastidito dalle svilenti esclamazioni dei colleghi, decide di aiutarla. È un bravo ragazzo, i suoi modi sono gentili e premurosi. Poco dopo se la porta a casa, le offre da bere e le spinge la bocca sulle labbra inerti. La ragazza non si sente bene e ha bisogno di stendersi. Sollecito, una volta a letto si allunga su di lei. Va tutto bene, è al sicuro, le spiega sussurrandole all’orecchio mentre la tiene ferma. Lei mormora ripetutamente: «Cosa stai facendo?»

Quello che lui non sa è di essere solo l’ultimo di una serie di uomini caduti nel tranello teso dalla protagonista. Cassandra, questo il suo nome, ha l’abitudine di andare per locali e fingersi ubriaca. Inevitabilmente, si fa avanti un tipo solerte che decide di approfittarsi della situazione. Meglio, un tipo attratto dalle condizioni in cui versa la ragazza: essere priva di forze, cedevole, viene inteso come un invito. In fin dei conti, abbiamo alle spalle tutta una tradizione di estetizzazione ed erotizzazione di donne deboli e letargiche. Nel suo splendido monologo del 2018 Nanette, la comica Hannah Gadsby osservava come in gran parte della produzione artistica occidentale sembra che le donne non riescano a reggersi in piedi. Ritratte come «vasi di carne» dove piantare «dick flowers», se ne stanno abbandonate qua e là, con le gambe divaricate e molli, penzolanti dal mobilio. In effetti, Gadsby sembra descrivere con esattezza la scena di apertura di Una donna promettente.

Cassandra, o Cassie, sbugiarda. Nel momento in cui le intenzioni di stupro si fanno evidenti, allora lei manifesta la propria sobrietà. E lo fa soprattutto ricambiando lo sguardo. La straordinaria performance di Carey Mulligan è fatta tra le altre cose di molti sguardi: Cassie apre gli occhi sul suo assalitore, si ferma a fissare un gruppo di catcaller, si prende il suo tempo per osservare le “vittime” cuocere nel proprio brodo. Lo smarrimento e il disagio, la rabbia e lo scoramento che seguono a quello sguardo sono estremamente significativi.

La molestia è un gioco di ruolo e il rifiuto delle sue regole, o la loro inversione, può rappresentare un gesto sconvolgente. Di fatto, coincide con una rottura più ampia. Si veda il caso dell’assassinio di Sarah Everard. Il 3 marzo, a Londra, la giovane è stata rapita e uccisa da un poliziotto mentre tornava a casa. Dopo il ritrovamento del corpo e l’arresto, le manifestazioni di protesta contro la violenza strutturale sulle donne sono state brutalmente represse dalla stessa polizia. Ma l’interesse e l’importanza della vicenda non si esauriscono in questo movimento: si è ritenuto opportuno, infatti, che la polizia andasse casa per casa per raccomandare alle donne di non uscire sole. Di fronte a un tale atto di controllo, la proposta provocatoria di istituire un coprifuoco per gli uomini ha scatenato l’indignazione. Perché è ammissibile una limitazione dei diritti e delle libertà delle donne ma non degli uomini? Questo ribaltamento non è a sua volta uno sbugiardamento? Uno svelamento, un rivelatorio movimento di camera e, con essa, dello sguardo?

L’atteggiamento predatorio che prende di mira donne più o meno incoscienti subisce nel film, appunto, un ribaltamento: gli aggressori diventano prede. Ed è così che le regole del gioco emergono alla luce, spolpate, esponendo impietosamente lo scheletro patriarcale della violenza: di fronte alla rivelazione della sobrietà l’aggressore non è più in grado di interpretare la situazione e agire di conseguenza. La stessa facile ipocrisia con cui si tende a ridurre lo stupro a una bravata si dimostra strategia di occultamento di un meccanismo complesso e articolato di collusione sociale. La normalizzazione della disparità di genere e la delega alla responsabilità individuale, a loro volta, mostrano una rete di connessioni con la violenza sistematizzata. E tutta questa operazione avviene in piena sinergia con il medium attraverso cui si realizza: il cinema.

L’espressione male gaze – sguardo maschile – è entrata nel lessico comune del discorso sul genere: con esso ci si riferisce a una certa visione del mondo, in particolare delle donne. Se ne parla soprattutto in relazione ai temi della rappresentazione: quale immagine delle donne ci arriva dall’arte, dalla letteratura, dalla televisione? Va precisato che con male gaze non si indica lo sguardo degli uomini in quanto tale, ma lo sguardo parametrato al maschile che organizza la nostra percezione collettiva. Il punto è questo: non si tratta di una battaglia in una fantomatica guerra dei sessi ma di una delle diverse manifestazioni di una determinata forma di strutturazione dei rapporti sociali e del modo in cui pensiamo il mondo. Il male gaze, così come ogni fatto legato al genere, è un fenomeno relazionale: la costruzione dell’oggetto donna dipende dalla costruzione del soggetto uomo e viceversa. Consapevole della sua natura relativa, attraverso l’occhio della macchina da presa Fennell ha indagato cosa accade quando la direzione dello sguardo si inverte.

La narrazione è il tema al cuore del film. Entrano infatti in conflitto diverse narrazioni dello stupro: quelle narrazioni che costruiscono le donne come vittime impotenti o colpevoli della propria disgrazia, le narrazioni strumentali a gettare discredito sulla prospettiva della vittima e di chi le è vicino, quelle assolutorie dei colpevoli e, non da ultimo, quelle che caratterizzano i filoni in cui l’opera si va a inserire (in particolare i film di vendetta e di rape-revenge). Questo conflitto è creato ad arte attraverso il movimento dello sguardo, la cui dinamica la protagonista usa consapevolmente a proprio vantaggio per prendere il controllo della situazione in determinate circostanze. Cassie manipola il proprio aspetto e i propri atteggiamenti, costruisce personagge di volta in volta infantili, auto-distruttive, sexy e promiscue, mature e credibili, pasticcione e rassicuranti. Invia così segnali deliberatamente targetizzati perché i suoi interlocutori si rappresentino la relazione come le è più utile per raggiungere i suoi obiettivi, per esempio simulando un rapporto di subalternità. Nel momento in cui fa cadere il velo, però, ciò che fa non è scoprire sé stessa, ma mettere a nudo l’altro. Smascherando sé stessa smaschera l’altro, constringendolo a rivolgere lo sguardo su di sé. 

Molta critica ha messo a confronto, soprattutto in considerazione dei temi, il film di Fennell con prodotti come Joker e Birds of prey: la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn (in inglese emancipation) – quest’ultimo prodotto, come la pellicola di Fennell, dalla LuckyChap Entertainment, la casa di produzione di Margot Robbie. È probabile che il rimando sia presente: la vendetta c’è, il capello rosa e blu c’è, la rivalsa sociale c’è. Tuttavia, credo che tali riferimenti servano soprattutto a mettere Una donna promettente in dialogo con un certo genere e un determinato immaginario, senza limitarsi al mero citazionismo. Se si tiene conto dell’operazione complessiva, mi sembra che un parente molto più vicino possa essere rintracciato in Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma, la storia dell’incontro tra due donne che entrano in relazione attraverso l’occasione di un ritratto, osservandosi da un lato all’altro della tela. Anche lì il potere dello sguardo veniva legato al tema del genere e, ancora, se ne scopriva l’essenza relativa e bidirezionale, esplorando la natura del rapporto soggetto-oggetto attraverso un medium che si fonda precisamente sul gesto del guardare.

L’ultimo movimento dello sguardo è forse il riconoscimento, ed è nella sua ricerca la vera vendetta di Cassie. I traumi hanno il terribile potere di cancellare la persona e apporvi il proprio nome, installandosi come primo motore nella vita dei sopravvissuti. Ma cosa accade quando il trauma è collettivo? Una donna promettente porta con sé una potente catarsi: tutte le donne possono riconoscersi nel film e nelle sue protagoniste (spoiler?), oltre che nelle donne che vi hanno lavorato. Forse è questo lo smacco più grande: la collettività da cui ottenere il riconoscimento che ci è necessario siamo proprio noi. Cassandra, colei che nel mito avverte del male ma non viene creduta, è passata all’azione.