Lockdown, narrato ma non troppo

Un anno fa, a marzo 2020, l’Italia si chiudeva in casa. In casa di Ale, per qualche giorno, era sembrato possibile che si stesse in due, che Elsa rimanesse. Ma Elsa vive in un’altra città. Giorno dopo giorno regioni, province, comuni, collegamenti ferroviari, hanno cominciato a chiudersi a tagliola come portelloni automatici in un film d’azione: Elsa coglie una delle ultime occasioni e parte.

Non sappiamo da quanto Ale e Elsa si frequentino. Parlano di libri e fanno sesso. Ale vorrebbe che Elsa si trattenesse qualche giorno ancora, ma non è sorpreso dalla scelta di lei: non sono ragazzini e le decisioni vanno sempre ponderate. Il bisogno di Ale spunta per la prima volta quando lei è già lontana e lui riesce a formulare questo pensiero, con ironia ma solo perché il senso di ridicolo non lo travolga: «Sei la mia piccola pandemia, non mi lasciare morire solo, per favore».

Ale è l’alter ego, trasparente che più non si può, di Alessandro Gazoia. Con Tredici lune – proposto per lo Strega di quest’anno – Gazoia, dopo una carriera da editor e saggista (lo scorso dicembre è diventato direttore editoriale per Nottetempo), esordisce nella scrittura narrativa. Il protagonista si chiama con un diminutivo del suo nome, ha superato gli -enta ed è un editor; vive la pandemia da solo nel suo appartamento, ma è già quasi abituato alla reclusione, o almeno al lavoro da remoto.

Tra inizio marzo e inizio maggio, fuori dalle case si sono cercati gli untori e i nemici, che cambiavano mese dopo mese come i cattivi di una serie tv: chi tornava dalla Cina o aveva l’aria di essere tornato dalla Cina, i runner, gli anziani improduttivi, i giovani senza valori. Dentro casa, invece, chi se lo poteva permettere, trovato un equilibrio, si è dedicato a ciò che aveva messo in pausa da tempo, ha visto molti film, ha dato vita a piccoli progetti creativi, prima di farsi prendere dall’ansia. Si è forse anche sorpreso, inizialmente, di come certe relazioni – come succede nei normali agosti di Roma – abbiano vissuto un’intensificazione, offrendo un argine alla solitudine che però ha smesso di tenere quando ci si è stufati di parlare a voce troppo alta su Zoom.

Tredici lune – da un film di Fassbinder che Ale doveva vedere con Elsa e finisce a vedere e rivedere ossessivamente da solo – è un documento di tutte queste fasi e non solo. Offre una mappa del mondo dell’editoria in un periodo di crisi e al contempo di possibile capitalizzazione del disastro: a Elsa viene offerto di fare da ghostwriter per l’instant book di un famoso virologo, Ale segue un saggio che è costretto a cambiare indirizzo via via che il coronavirus avanza. Allude a una rete di relazioni virtuali – chi è Elsa? Tornerà da Ale? – che restano in attesa di stringersi a pandemia finita o di morire per sempre. Mostra la disillusione di un lavoratore culturale che, lasciato solo con i libri, ha già scoperto che moltissimi volumi possono non servire a niente, non migliorarci la vita e anzi lasciarci del tutto indifferenti:

«Mi sembra (…) di accumulare saggetto mediocre sopra saggetto mediocre e romanzo appena dignitoso sopra romanzo appena dignitoso e anche quel singolo libro molto bello che mi capita di seguire ora mi emoziona meno»

Ma il punto debole di Tredici lune, che è scritto – come ci si aspetta – bene, è proprio questo carattere di documento: ci siamo abituati a leggere il non-totalmente-vero, e sempre meno possiamo leggere quel totalmente-falso che costringe l’autore a un salto nel vuoto. Quando vorremo tornare con la memoria alle abitudini, agli spazi e ai sentimenti specifici del lockdown, potrebbe essere utile e piacevole farlo attraverso le pagine di un romanzo. E se volessimo assecondare quei lettori che sostengono di aver abbandonato la narrativa per la saggistica potrebbe essere positivo, per il romanzo, virare al documento. Ma a dettare questa svolta non sarà un’eccessiva cautela, la paura – del lettore e dell’autore – che il libro altrimenti non servirà a nulla, che il tempo sarà mal speso? Interi segmenti di Tredici lune ci fanno dimenticare l’esistenza dei personaggi stessi, e il disagio di Ale e la relazione con Elsa si dimostrano poco più di una cornice a uno di quei personal essays che riempiono le riviste, tra riflessioni sulla pandemia e riflessioni sull’editoria e sul mondo culturale italiano.

Certo, il narratore è Ale, non Alessandro Gazoia. E durante il lockdown, Ale non si dedica a un romanzo, ma alla stesura di piccoli racconti intitolati Microdemie, su cui lui e Elsa non mancano di ironizzare. Intanto, però, anche questi racconti vengono proposti al lettore. Le Microdemie, che si sarebbero potute rivelare l’aspetto più fastidiosamente meta- del romanzo, facendoci pensare all’autore in carne e ossa che pesca da varie cartelle nel suo pc e opera una collazione di documenti word, sono invece racconti molto brevi, rapidi, divertenti, tendenti al grottesco. Come uno scrittore cannibale meno pulp, Ale (e con lui Gazoia) racconta di squallori e miserie in tempo di pandemia: il ragazzo che, sotto la supervisione del padre, cerca di estrarre profitto dalle dirette instagram seguendo le tendenze – prima il fitness, poi le marchette per le tisane dimagranti, infine gli OnlyFans pornografici, che rendono di più; la “ridercatrice” (simpatica crasi tra rider e ricercatrice ideata dal prof ex-settantasettino da cui lei è costretta a elemosinare mansioni in università e mance all’ora di cena); il proprietario di un ristorante che fa sapere di essere sempre «a disposizione», in caso la ‘ndrangheta volesse rilevare la sua attività in piena crisi-Covid.

Si dice che gli anni con tredici lune suscitino profonde crisi, nei tipi emotivi come Ale. Il romanzo non riesce forse a guadagnare la credulità del lettore rispetto alle vicende emotive del suo protagonista ma, oltre ai segmenti para-saggistici che possono interessare o meno (e farsi eventualmente documento per un futuro prossimo), presenta sempre un’ottima lingua, e uno stile che soprattutto nei racconti riesce a sciogliersi e ad abbandonare il costante filtro di ironia e autoironia. Per la conclusione lascio la parola proprio a una di queste microdemie: il protagonista è un prete di un paese in provincia, e ha una tosse che non lo lascia in pace. Da tempo, a causa delle misure di contenimento del contagio, la chiesa è vuota, «non com’è di solito, vuota dentro ma con i ragazzi fuori nel campo di calcetto o al biliardino. Ora è vuota di tutto». In paese si prepara un avvicendamento: dal Perù è arrivato Juan, che sostituirà il prete ed erediterà, insieme alla comunità di fedeli, anche l’appartamento annesso alla parrocchia. Con l’attenzione che abbiamo avuto, in questi mesi, a ogni colpo di tosse, e al nostro spazio privato, più o meno grande e affollato, alle nostre stanze e ai nostri balconi, l’urbano e terreno interesse di Juan per la nuova sistemazione fa venire un brivido:

«Juan ha pure una sua teoria su Dio e la malattia, alla fine è la solita storia della malattia come punizione dei peccati dell’uomo, ma non la vuole dire così diretta e trita allora fa dei ragionamenti tortuosi, sbilenchi (…). Gli dico che se tutto va come deve andare con questa tosse gliele lascio libere presto queste tre stanze qui così comode e ampie, ariose. Juan ride, è in difficoltà, mi viene ad abbracciare, capisco che ci ha già pensato. È giusto così, poi penso che magari questa scena è già avvenuta altre volte e Juan ride furbo anche per questo. D’accordo, ma vorrei tanto che al mio funerale non dicesse troppe scemenze».