La genesi del male in viaggio nel tempo

Stella una mattina ha deciso di uccidersi. Indossa l’abito migliore, quello da sposa. Guarda fuori dalla finestra, è una giornata di pioggia torrenziale. Si sporge per gettarsi, ma improvvisamente viene interrotta. Qualcuno bussa alla porta.

Uno sconosciuto vuole entrare, sostiene di aver prenotato una stanza in quella casa che probabilmente un tempo era un albergo o una pensione. Stella è titubante, non lo conosce, non si fida e fino a pochi minuti prima voleva togliersi la vita. La tempesta continua, il cielo è nero e lui insiste.

L’uomo misterioso dalle maniere leziose ha un sorriso ambiguo che lascia presagire un cambio di scena repentino, ma lei cede. Non può immaginare che quell’individuo sia suo figlio tornato dal futuro per fare i conti con il proprio passato.

Comincia così La stanza, l’ultima opera di Stefano Lodovichi disponibile su Amazon Prime video e prodotta da Lucky Red. Teatrale, claustrofobico e allegorico, il film è incentrato sulle elucubrazioni di un assassino che vuole modificare il corso della propria infanzia, costellata di traumi e tormenti responsabili del suo attuale squilibrio mentale.

Giulio (Guido Caprino) bussa a quella porta con l’unico scopo di estirpare alla radice l’origine di tutti i suoi mali. Vuole uccidere il mostro che dal suicidio della madre abita nella sua pelle.

La casa è il palcoscenico del dramma. Madre, padre e figlio sono gli unici personaggi. Il film sembra essere in tutto e per tutto un riflesso del lockdown, sia nella forma che nella sostanza, dal momento che la trama si svolge interamente all’interno di una casa: non c’è alcun contatto con l’esterno, nessuno partecipa, nessuno interviene, nessuno sa. I protagonisti sono isolati in uno spazio indefinito e in un tempo incerto. Fuori è un mondo di pioggia. L’edificio non è un focolare domestico, ma un luogo oscuro, un incubo, un microcosmo di panni sporchi da lavare tra quelle quattro mura.

Ma facciamo un passo indietro.

L’idea iniziale da cui parte Lodivichi per la scrittura di questo film è quella di voler parlare degli hikikomori, persone che scelgono di isolarsi, costruendo una barriera tra la loro stanza e l’esterno. La quarantena e l’isolamento forzato a cui siamo stati costretti per contrastare l’emergenza sanitaria hanno riacceso i riflettori su questa manifestazione estrema di emarginazione volontaria, dal momento che anche in culture più socialmente aperte, come la nostra, il rapporto tra pubblico e privato è stato completamente stravolto.

Questa è la genesi della sceneggiatura, rimaneggiata in seguito da Lodovichi. Il regista ha preferito infatti portare sullo schermo le cause psicologiche della segregazione volontaria, attualizzandole nella cornice di una famiglia odierna. E così un padre con una nuova famiglia, una madre che non accetta l’abbandono e un figlio che si sente in colpa diventano il prototipo del dramma familiare ai tempi del Covid-19, in cui la convivenza forzata in spazi ristretti logora spesso i rapporti.

Giulio è un adulto che ha fatto un viaggio nel tempo, ma Stella (Camilla Filippi) non lo riconosce. Infatti, quando decide di buttarsi dalla finestra, suo figlio ha solo dieci anni, è chiuso in una stanza e rifiuta ogni contatto con l’esterno. La sequenza temporale non è lineare, i protagonisti vivono lo stesso spazio, ma non lo stesso tempo. Non si sa cosa è presente e cosa è futuro, si conosce solo il passato. Non ci è dato sapere come Giulio sia tornato all’epoca della sua infanzia (d’altronde, dal momento in cui al thriller viene aggiunta questa nota onirica, non sappiamo più cosa sia reale e cosa no).

Sebbene il figlio non sveli immediatamente la sua identità, Stella percepisce che la presenza di quell’uomo non è casuale. Deus ex machina tornato dal futuro, Giulio entra in scena per salvare la madre dal suicidio, preservando quindi la sua stessa esistenza.

Lui le parla del Giappone (un riferimento non casuale al luogo in cui nasce il fenomeno degli hikikomori) e lei lo lascia raccontare di viaggi lontani. Si crea una connessione tra l’uomo e la donna, un erotismo latente e incestuoso interrotto dall’arrivo del padre, Sandro (Edoardo Pesce). La famiglia è al completo, l’idillio svanisce. Giulio, figlio vittima dei genitori, si trasforma in un terribile carnefice.

Dopo averli legati uno davanti all’altro, esige un chiarimento definitivo, vuole parlare di tutto ciò che ha lacerato il loro rapporto. È crudele. Parla della doppia vita di Sandro, della nuova moglie, di un altro figlio. L’occhio della regia segue le ragioni e la follia del protagonista che vede nel tradimento del padre il crollo di un intero mondo: il suicidio della madre, la clausura in camera, la devastazione psicologica e la crescita di un bambino che si fa uomo, di una vittima che diventa un assassino.

Caprino porta in scena un’interpretazione camaleontica. Riesce perfettamente nella trasformazione da oppresso a oppressore; è lui che tiene le redini della trama ed è sempre in lui che convivono i vari generi della pellicola: a volte squisitamente drammatico, poi horror, thriller e a tratti anche sci-fi. La pellicola è disseminata di riferimenti ai classici del terrore, dal Jack Torrance di Shining al drammatico Joker di Joaquin Phoenix, uomini la cui follia è portata alle estreme conseguenze dall’incapacità di domare dei mostri che, latenti, si sono fatti strada nella loro mente come acqua nelle crepe di una roccia.

È difficile non entrare in sintonia prima con uno poi con l’altro personaggio. A tutti e tre si riconoscono debolezze umane, e per questo lo spettatore è portato ad assolverli, per poi rendersi conto che sono colpevoli, nessuno escluso.

Il perno su cui ruota la trama è l’incapacità comunicativa che intercorre tra padre e figli, un argomento complesso, qui forse banalizzato. L’idea alla base della sceneggiatura è buona, ma l’introduzione dell’elemento fantascientifico stride con l’ambientazione realistica della pellicola. Il film perde così di credibilità lasciando lo spettatore confuso e disorientato. Inoltre, sul piatto da gioco c’è tanto, forse troppo: un tradimento, una donna distrutta dal dolore, un complesso edipico irrisolto, una madre che mette avanti la delusione d’amore ai bisogni del figlio, un padre assente e una seconda famiglia sullo sfondo.

La casa è la vera protagonista, austera, cupa e abbandonata. Le porte sono sprangate, le finestre sussurrano che fuori dall’incubo c’è una luce di speranza, troppo lontana però per essere raggiunta (se non attraverso la morte). È impossibile per i protagonisti uscire dall’abitazione: chiusi nei loro problemi, non trovano oltre quelle quattro mura né pace né dannazione. La casa soffre con i personaggi che la vivono. Non si limita solo a nascondere la tragedia, i suoi muri scrostati sembrano graffi sulla pelle, tutto seppur morto, vive, respira, parla, grida aiuto. La casa rappresenta così l’archetipo del dramma nascosto, dove però l’incubo non arriva di notte, ma attraversa le ere dei tempi.