Di Lacci e altri rimedi

Il tradimento è proprio la condizione per entrare nel mondo reale, nel mondo delle responsabilità, e anche nel mondo della coscienza. E quindi paradossalmente bisogna ripensare in termini positivi proprio al tradimento, piuttosto che alla fiducia, perché vivere o amare laddove ci possiamo fidare, dove la parola è vincolante, è per sempre, dove ci sentiamo protetti e al sicuro, dove non corriamo nessun rischio di essere feriti o delusi, significa essere irraggiungibili dal dolore, e quindi essere fuori dalla vita vera”.

(Luigi Lo Cascio in Aldo)

 

 

Ha aperto, fuori concorso, all’interno del PalaBiennale, Venezia 77: parliamo dell’ultimo film di Daniele Luchetti, Lacci, tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone, e costellato di interpreti quali Alba Rohrwacher, Luigi Lo Cascio, Laura Morante, Silvio Orlando, Giovanna Mezzogiorno, Francesca De Sapio, Adriano Giannini e Linda Caridi.

 

 

La storia è quella dell’amore-odio che lega Aldo e Vanda, i due protagonisti (e il film, al di là del dispiegamento delle linee temporali, segue fedelmente questa narrazione).

 

 

La materia narrativa dell’opera è potente: i lacci, metafora della relazione asfissiante ed estremamente sofferta tra Aldo e Vanda, sono gli stessi che legano lo spettatore alla poltrona e il lettore alle sue pagine. È una storia di mogli, di mariti, di madri, di padri, di amanti, di figlie, di figli, di fratelli, di sorelle. Un’opera così ricca di materiale umano che è impossibile che non ci si riconosca, almeno una volta, in uno dei protagonisti.

 

 

LO SCRITTORE, IL REGISTA, IL LIBRO E IL FILM

 

 

Domenico Starnone, classe 1945: insegnante, giornalista (de il manifesto) e scrittore. Innamorato da sempre del rapporto tra scrittura e oralità nella lingua italiana, ha dedicato la sua vita a inchiostro e banchi di scuola. Nel 2001 ha vinto il Premio Strega con il romanzo Via Gemito. Dal 2003 ha iniziato a scrivere per cinema e televisione: Gabriele Salvatores gira Denti grazie a uno dei suoi libri, e lo stesso Luchetti trae La scuola (1995) da altri due suoi romanzi, Ex cattedra e Sottobanco.

 

 

Daniele Luchetti, classe 1960: ai tempi della scuola di cinema Gaumont conobbe Nanni Moretti e diventò suo assistente nel film Bianca, in cui ottenne una piccola parte (interpretò il ragazzo che portava a spasso il piccolo cane Bobtail a Villa Borghese). Ha dedicato la sua vita al grande schermo, ottenendo riconoscimenti come il David di Donatello per il miglior regista esordiente (con Domani accadrà, 1988), la menzione Camera d’Or al Festival di Cannes, o il Ciak d’Oro (con Il portaborse, 1991, in cui riuscì quasi a prevedere quello che poi sarebbe passato alla storia come il caso Mani Pulite).

 

Lacci (il film) è il frutto maturo dell’amicizia e sintonia artistica esistenti tra Starnone e Luchetti – lo si nota anche dal fatto che la trasposizione cinematografica, nonostante la sua complessità, non stona affatto col romanzo. Chiunque si occupi di cinema, letteratura o scrittura sa bene quanto quest’armonia sia difficile, eppure il regista è riuscito a dar vita ad una sorprendente creatura da grande schermo (a mio parere assieme a La scuola e forse La nostra vita, una delle migliori).

 

 

 

 

Il libro si articola in tre parti: nella prima è Aldo che guarda e parla, nella seconda Vanda, e in ultimo Anna, la loro primogenita, ormai adulta. La scelta letteraria strutturale è elegante ed efficace: nel corso del romanzo il lettore s’immerge e guarda la stessa storia attraverso tre paia di occhi, che lentamente consentono alla complessità psicologica dell’opera di fermentare, senza risultare stagnante. Nel film questo non avviene. Le voci narranti si incrociano (su sfondo di tempi sempre diversi: presente, ricordi d’infanzia, di primi anni matrimoniali, vecchiaia) in una danza dinamica che riesce a conservare la materia protagonista del romanzo: l’anima del laccio (sulla quale mi soffermerò in seguito).

 

 

«Avevo letto il libro da lettore, i libri di Starnone mi piacciono molto, questa volta ne sono stato particolarmente colpito sebbene pensassi fosse difficile tirare fuori un film da un libro che poggia molto sulla lingua e scrittura. […] Poi però mi sono reso conto che la materia narrativa era così forte che riusciva a reggere il cambiamento. Quel libro mi è sembrato che riguardasse tutti noi».

 

 

Le considerazioni sono di Luchetti, e sono incontestabili. È vero: il salto da pagine a pellicola regge splendidamente. Il merito è anche della malleabilità delle parole. Lacci è un film verboso, e interi dialoghi contenuti nel romanzo sono riutilizzati senza alcuna cesura, e sì, anche per merito degli attori, il risultato è armonico e potente.

 

 

C’è da dire, inoltre, che le parole entrano in gioco anche in un altro ruolo: quello di chiavi, che schiudono storie nella storia come fossero matriosche. Un esempio è il termine “verità”, che serpeggia sia nel libro che nel film, più volte e in forme sempre diverse. A differenza di “libertà” (che è logicamente richiamata dal concetto di “laccio” e ricorre in tutta l’opera sottolineando il senso di disagio dei protagonisti), la parola “verità”, che viene fuori quasi in sordina – ma non così tanto da sfuggire ad un occhio attento –, ci ricorda quanto in realtà tutto sia un grande gioco, e che, per dirla come farebbe Woody Allen, «tutti conosciamo la stessa verità: la nostra vita consiste, però, in come scegliamo di distorcerla».

 

 

Tra i giocatori di questo match da grande schermo non ci sono, tuttavia, solo le parole, ma anche suoni e silenzi. Sin dall’inizio, le lunghe scene di litigi tra Aldo e Vanda sono intervallate da momenti di pellicola silenziata: bocche e corpi si dimenano, riversandosi addosso fiumi di rabbia, e all’improvviso vengono privati di audio. L’effetto è incredibilmente potente: il volume del loro dolore aumenta (ci sembra di essere a un millimetro dalle implosioni interiori dei protagonisti), mentre il silenzio fisico percepito dallo spettatore quasi demistifica l’odio. Questo espediente tecnico ricorre più di una volta nel film, senza risultare ripetitivo.

 

 

A proposito di suoni, la colonna sonora (per lo più tratta dall’album Bach: the Goldberg variations, di Glenn Gould, 1955, con in apertura e chiusura due arrangiamenti del brano Letkiss) sposa fedele del tono intimista dell’opera, è l’unico matrimonio felice del film.

 

 

IL CAST

 

 

Senza scomodare un’attenta analisi, ci si potrebbe chiedere come mai Laura Morante e Silvio Orlando siano stati scelti somaticamente per interpretare due anziani Alba Rohrwacher e Luigi Lo Cascio. La risposta sta nel fatto che è la domanda a essere sbagliata. Volontà di Luchetti è stata quella di creare continuità psicologiche e attitudinali così forti da far dimenticare allo spettatore la lieve forzatura che c’è nella rottura di lineamenti tra personaggi. Come dichiarato dalla Morante in un’intervista, infatti, prima delle riprese il cast ha trascorso ore in una stanza a leggere ad alta voce la sceneggiatura e a studiarsi reciprocamente (Laura con Alba, e Silvio con Luigi).

 

Ad ogni modo, uno dei punti forti del film resta la scelta attoriale, che vedremo adesso più nel dettaglio.

 

 

 

 

Silvio Orlando

Già protagonista de La scuola di Luchetti, Orlando riversa nel film anche il rapporto ventennale con Starnone, con il quale ha spesso lavorato. Nel 2017, infatti, con la regia di Armando Pugliese, l’attore napoletano ha portato Lacci a teatro, nella veste di protagonista. L’Aldo di Orlando è un vecchio-bambino stanco e irrisolto, pieno di tentativi di tenerissime rivalse e ossimori interiori sofferti, che a tratti ci portano a far quasi il tifo per lui.

 

 

Laura Morante

La Morante è la prova vivente di come si possa vincere lo scorrere del tempo. Non stiamo certo parlando di rughe e collagene (anche se Laura resta una sessantaquattrenne di rara bellezza). Ci riferiamo, invece, alla carica drammatica portata in scena con disarmante eleganza. Straordinaria performance.

 

 

Luigi Lo Cascio

Per chiunque avesse letto il romanzo di Starnone e visto poi il film è evidente quanto Luigi Lo Cascio riesca a colorare il personaggio di Aldo di una particolare energia – tipica dell’attore siciliano – considerando anche il fatto che il protagonista in questione è fiacco e sfuggente (anche a sé stesso) per Dna. L’Aldo di Luigi Lo Cascio è quello con cui è istintivamente difficile empatizzare, essendo, in apparenza, il primo vero colpevole della fine dell’amore con Vanda, e della sofferenza inguaribile dei suoi due figli. Eppure, grazie a Lo Cascio, siamo riusciti a comprenderlo.

 

 

Alba Rohrwacher                   

La Rohrwacher sta vivendo un momento di particolare popolarità e riconoscimenti (le è stato anche confermato il ruolo di Lenù nell’ultima stagione de L’amica geniale, serie HBO tratta dall’omonimo romanzo della Ferrante). Di lei Lo Cascio in un’intervista ha detto, facendo riferimento a un episodio in cui, sul set, in una delle liti tra Aldo e Vanda, La Rohrwacher avrebbe tirato un calcio reale nello stinco di Luigi (che non si aspettava questo gesto): “Da lei, per quanto è brava, uno si prende volentieri tutto, pure un calcio.” Lo confermiamo: quest’interpretazione è stata fragile, femminile, disperata e commovente.

 

 

Adriano Giannini

La legge del figlio d’arte è dura, ma alle volte le si sfugge. E Adriano Giannini ci riesce abbastanza bene, anche grazie alla lunga gavetta fatta durante la sua carriera. Nonostante il suo ruolo in questo film (quello di Sandro, figlio di Vanda e Aldo) sia più piccolo di quello degli attori precedentemente citati, non passa inosservato, soprattutto in una delle scene finali in cui esplode tutta la sua verve scapigliata (non spoileriamo, ma è una delle scene chiave del film per quel che riguarda la linea tematica narrativa di “ordine-disordine”).

 

 

Giovanna Mezzogiorno

Giovanna Mezzogiorno è Anna, la sorella di Sandro. È un peccato che la sua parte prenda vita solo a fine film, perché è con certezza una delle interpretazioni migliori del cast. Va oltre la Giovanna di Amelio, della Comencini e persino quella di Özpetek. La vedrete invecchiata, ingrassata, menefreghista, incazzata, disperata, tenerissima, e spietata come solo i bambini sanno essere. Nuda, vera, tagliente.

 

 

Insomma, questa è una storia di disagio e dolore, di fallimenti e rincorse. Di vita. Dei tentativi di comprendere cosa possa legare piedi e mani in amore, senza considerare mai che i lacci potremmo essere proprio noi. Quest’opera è un pendolo a tre direzioni (perdonate la licenza fisica) tra sofferenza, tenerezza e grottesco. È un romanzo che merita il vostro tempo, e soprattutto uno dei migliori film italiani dell’anno, in grado, se tendiamo un po’ l’orecchio, di ricordarci che i lacci, oltre a stringere le cose, servono, talvolta, anche a tenerle insieme.

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