Unboxing di Steve Jobs non abita più qui

Roma, piena estate: ricevo una mail con oggetto: “Proposta articolo settembre”. È la cara e stimata redazione di Marvin, che mi propone di recensire il nuovo saggio di Franco “Bifo” Berardi, di cui in effetti sono un piccolo fan. In quel momento però mi sento stanco di discorsi sulla fine del mondo, e invece ho ancora in mente un post visto qualche giorno prima, su un gruppo Facebook dedicato alla nobile casa editrice Adelphi. Il contenuto in questione esponeva una foto della copertina di Steve Jobs non abita più qui, ed era tutto un “ma dove siamo finiti?”, “ma perché invece non ristampano le traduzioni della Bibbia di Ceronetti?”, “un tempo Adelphi rifuggiva la mondanità” (qui un articolo che vi dà l’idea del tono). Io non so nulla di Michele Masneri, l’autore del libro incriminato, ma il fatto che venga pubblicato nella “prestigiosa” La collana dei casi e che questo faccia arrabbiare quella cerchia di cripto-secchioni adelphofili, mi convince a sparare una controproposta alla redazione che, sempre gentile, mi accontenta.

 

Così apro il web alla voce Michele Masneri (d’ora in poi MM). Scopro che scrive principalmente su Il Foglio, (ma anche su Rivista Studio, IL, minima&moralia), che la sua opera prima era un romanzo edito, come al solito, da minimum fax, e che, lo dicono tutti, è legato in diversi modi ad Alberto Arbasino. È la settimana di Ferragosto e, sdraiato sotto l’ombrellone di mia madre, da cui nel frattempo ho trovato rifugio, scorro senza sosta gli articoli di MM sul cellulare, ignorando tutti quei bei libri impegnativi che mi ero proposto di leggere. Articoli che si rivelano un vero guilty pleasure, specialmente per un romano, mediamente impiccione, come me. MM è un giornalista di costume come non sapevo ne esistessero più, una sorta di gossiparo per intellettuali, che scrive di dove vivono attori, registi e scrittori (spoiler: quasi tutti all’Esquilino) o di come si veste D’Alema, di retroscena dello Strega e di tanti altri particolari così frivoli che, nei momenti di lucidità, mi chiedo se non avrei fatto meglio a dedicarmi alle analisi socioculturalpolitiche di Bifo.

 

Dopodiché compro il libro, e lo leggo in un binge-reading masneriano (questo è il tipo di espressioni che vien voglia di usare subito dopo aver letto MM) di 24 ore. A questo punto suppongo che dovrei dire cosa c’è scritto. In sostanza MM ha vissuto un Erasmus (sua definizione) a San Francisco, convivendo giornate con i giovani startuppari che sognano di conquistare la vicina Silicon Valley. Ha fatto un po’ il turista (anche sessuale, ma non pensate alla pedofilia, piuttosto il contrario: begli omoni pelosi, i bear), un po’ il reporter (c’è differenza?), ha intervistato celebrità (tra cui due dei più grandi scrittori americani ancora in vita, Jonathan Franzen e Bret Easton Ellis) e da tutto ciò ha ricavato dei capitoli-affreschi che ripercorrono la sua permanenza californiana. MM è uno di quegli scrittori a cui non interessa far emergere i cosiddetti “tratti umani” dei suoi personaggi: piuttosto ne esplora aspirazioni e desideri, e le condizioni in cui si ritrovano a vivere, che ovviamente non sono quasi mai alla loro altezza.

 

Così scopriamo che i giovani «brufolosi» informatici dormono stipati in loculi carissimi e sovraffollati, o in roulotte, a causa della mancanza di alloggi (il che rende questo una sorta di doppio americano del saggio che ho letto il mese scorso), che vorrebbero fare la spesa tutti i giorni nei supermercati bio Whole foods e guidare macchine elettriche, preferibilmente Tesla. Scopriamo che tutta la California è in fissa per la cucina italiana (e in serrata lotta con lo zucchero) e che si tromba senza più paura dell’AIDS grazie alla PrEP (profilassi pre-esposizione, da non confondere con la crema dermoprotettiva). Per i più ricchi («è importante sapere cosa si sogna a questi livelli di ricchezza») il sogno è la perfetta casa di design mid-century, mangiare ancora più healthy, scoprire complicate discendenze famigliari.

 

Veniamo ora ad Arbasino, il paragone obbligato. Chiedo al mio amico Emiliano, che è un drago di linguistica e su AA ci ha scritto la tesi. Ecco cosa mi risponde (riporto fedelmente il messaggio che ho ricevuto su WhatsApp. Emi è evidentemente una persona seria):

 

Se dovessi insistere su 3 caratteristiche tipiche di Albertone e facilmente assorbibili direi: 1) forte propensione agli elenchi (dai tricola in giù) 2) grande capacità di muoversi nel bozzetto (personaggi fatti di due pennellate) 3) pastiche linguistici ricchi di escursioni tra alto e basso, ma soprattutto (e questa è una novità rispetto al maestro Gadda) con le altre lingue 4) un vero arbasiniano poi farebbe un ritratto estremamente onesto dell’America, il che significa anche onesto verso sé stesso. Questo per dire che il racconto di un arbasiniano, al netto delle critiche, non teme di indugiare su aspetti lussureggianti e consumistici con note di apprezzamento. Insomma, deve essere un saggio brioso, brillante e con una brezza entusiastica verso l’esotico. Spero di esserti stato un minimo utile. Un abrazo.

 

Ebbene, secondo questi criteri MM risulta essere un arbasiniano DOC. Accanto agli inglesismi: «A casa, unboxing della PrEP» appaiono termini desueti: «il fidanzato ballerino defunge di cancro alla gola». In effetti MM sa far ridere. La cosa che preferisco è come traduce in italiano le persone che incontra, restituendo un tono assurdamente colloquiale, ad esempio: Easton Ellis si lamenta di «’sto problema dell’identità» o afferma: «Il padre di mio padre aveva i soldi veri». Il miglior modo di descrivere i quartieri è paragonarli al loro omologo romano, così Santa Monica ha «edifici arroccati tipo Fleming», mentre Las Palmas è «la Monti Parioli di Palm Springs». Si ha quasi l’impressione di sentir parlare uno zio seduto a tavola, al termine di una cena estiva, mentre sciorina aneddoti dei suoi viaggi. Certe volte però l’uso disinvolto di termini in voga genera frasi francamente imbarazzanti, come questa: «La storia della Summer of Love è soprattutto una storia di gentrificazione».

 

Disincantato, liberale (nel senso italiano), gay, MM nel suo libro tratteggia una cartografia del desiderio, e perciò dei soldi e di come funzionano nelle mani di chi ne ha tanti. Gode nel ricordare che molti super ricchi californiani hanno un passato da fricchettoni marxisti, e che prima di Uber i tassisti, ora disoccupati, erano sempre in ritardo e ti facevano perdere l’aereo (Uber, WhatsApp e Airbnb «hanno abolito la solitudine del viaggiatore»). Tutto è ridotto alla carne e al piacere, non c’è spazio per i “sentimentalismi”, neanche quando si tratta di accompagnare Joe Gebbia, il ricchissimo fondatore di Airbnb, in un viaggio alla ricerca delle sue origini a Mezzojuso, Sicilia. Tra le righe forse si capisce che questo Gebbia gli sta simpatico, ma MM non si sbilancia mai, e infatti il massimo che riesce a fare è questo augurio in chiusura di capitolo: «Lui sostiene di viaggiare solo con aerei di linea e alloggiare solo in Airbnb: speriamo per lui che non sia vero, e che quando nessuno lo segue si imbarchi finalmente in lussuosi Gulfstream verso alberghi a sette stelle». Cosa si prova sapendo di vivere in una parte del mondo mediamente ricca, ma in cui non succede niente di rilevante? Ad avere i desideri raffinati e i solidi riferimenti culturali di un antico europeo, e vedere ingenui americani che se ne fregano e cambiano il mondo con le loro aziende, guadagnando soldi a palate e spendendoli in modo così dozzinale? Masneri ha il gran merito di saperne ridere, e di trattenere uno spirito critico, forse ipocrita, che pure sarebbe facile esercitare.

 

Ora, siccome io che vi scrivo sono ancora un ventenne romantico, vi lascio proponendovi la mia citazione preferita tratta da Steve Jobs non abita più qui in cui sembra che a Masneri quasi sfugga la penna:

 

«Molti comunque ci provano: arrivano coi risparmi della nonna, mettono su la startup, falliscono, vanno a fare i camerieri, ripartono. Non se la dimenticheranno mai, tutta questa meraviglia».

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