dino battaglia


Fra borghesia e horror vacui: Maupassant rivisto da Dino Battaglia

In alcuni casi basta un dettaglio, in altri, l’estro visivo di un fumettista consapevole dei propri mezzi come Dino Battaglia può permettersi di giocare con l’intera struttura del racconto. Che si tratti di una novella umoristica, dell’episodio di una saga noir dal tono sommesso e conturbante o dell’adattamento di un classico della letteratura, l’importante è infondere una punta di brivido, perché solo sentendosi a disagio il lettore potrà credere a ciò che Battaglia vuole – o non vuole – mostrargli. Ed è così che i fumetti del maestro veneziano assumono, oltre a una duplice dimensione intellettuale e narrativa, anche una forte connotazione personale. In qualche modo chi li legge si confronta con i dubbi e i timori dell’autore, incarnati in personaggi che impariamo a conoscere come proiezione ma anche come cartina al tornasole del mondo che ci circonda.

 

Dino Battaglia nasce a Venezia il 10 agosto 1923 e muore a Milano sessant’anni più tardi. La sua è una carriera intensa che nonostante la breve durata lo porta a pubblicare sulle principali riviste del Belpaese, dal Sgt. Kirk di Hugo Pratt al linus di Oreste Del Buono, in costante ricerca sperimentale. Proprio su linus Battaglia ci offre un perfetto esempio del suo talento, in alcune tra le più belle storie a fumetti mai realizzate negli anni ’70 – e in seguito raccolte in volume da Nicola Pesce Editore. Sono gli adattamenti illustrati di otto dei racconti della guerra franco-prussiana di Guy de Maupassant, il drammaturgo francese la cui breve vita non ha forse reso giustizia al talento espresso nei suoi scritti. Tragici, obbrobriosi, inquietanti ma anche profondamente malinconici, i ricordi di guerra di Maupassant, pubblicati tra il 1880 e il 1891, si ispirano al senso di resa posteriore al conflitto, più che al conflitto stesso, restituendo un’immagine dilaniata della Francia e dei suoi strati sociali. La loro forza sta nel dipingere una realtà di guerra che potrebbe vivere indipendentemente dai suoi tempi e spazi, perché mostra sentimenti e reazioni umane universali.

 

Battaglia traduce tutto questo in immagini a partire dal testo originale, che diventa motore e filo conduttore di tutti e otto i racconti. In ciascuno di essi la parte testuale – già di suo efficace e incalzante – non è che un pretesto per indirizzare il lettore su un cammino all’apparenza sicuro lungo il quale però si trovano disseminati gli “imprevisti”, vignette che non corrispondono minimamente al contenuto del periodo. Questo stratagemma – particolarmente evidente nella sesta tavola di Saint Antoine, uno degli adattamenti più brevi e convincenti – è tanto potente da giustificare il senso della trasposizione: conferisce il giusto tono di inquietudine alle immagini senza che la parola passi in secondo piano, e certifica il peso dell’autore, che partecipa attivamente alla narrazione dei fatti. Non come Altan, che nei fumetti pubblicati su linus in quegli stessi anni “dialogava” con la narrazione, ma in maniera molto più sottile, quasi implicita. Proprio come dimostra questa tavola.

 

 

Saint Antoine è un buontempone che accetta di ospitare un ufficiale prussiano prigioniero di guerra, a patto di poterlo sbeffeggiare continuamente a sua insaputa. Una sera, di ritorno a casa dopo una sbronza, l’ufficiale e Antoine ingaggiano una lotta armata che vedrà la morte del prussiano, preannunciata dall’ultima didascalia della sesta tavola, che è appunto quella che ci interessa. Divisa grossomodo in due parti, delimitate dalla forma dei riquadri in cui ha luogo l’azione, si apre con una vignetta destabilizzante proprio in virtù di ciò che dicevamo: dalla lettura del testo ci aspetteremmo una panoramica sui volti dei due, ma Battaglia opta per un’inquadratura in campo lungo, mettendo bene in evidenza l’incedere stentato del protagonista che si confonde con quello del nemico, lasciando intuire che quell’azione si trascina nel tempo già da parecchi metri.

 

È un riquadro verticale e le figure ci vengono presentate in lontananza, tozze e ciondolanti, ma perfettamente riconoscibili per via dell’abbigliamento: bretelle e casacca per Antoine, elmo e divisa per l’ufficiale. In quest’ottica, anche la vignetta che segue è insolita perché si concentra subito sui primi piani e su una minima parte della didascalia, solo su ciò che – in altre parole – sembra davvero interessare il fumettista veneziano.

 

Il francese e il prussiano, così come appaiono nel loro aspetto pingue e trasandato, sono emblemi di due diverse società che condividono lo stesso tragico destino della guerra che genera effetti deleteri sul loro essere e sul loro agire. Nei loro lineamenti borghesi, il mistero di ciò che potrebbero compiere sfuma nei riquadri successivi che li focalizzano soli, nella pagina, l’uno alle prese con l’altro: non più protagonisti di un tratto perentorio, ma titolari di fisionomie ironiche, grottesche, che già dicevano tutto sin dall’inizio.

Se ci concentriamo solo sulle sequenze – e immaginiamo di dividerle per “transizione”, secondo il modello teorizzato da Scott McCloud nel 1993 (Cfr. S. McCloud, Capire il fumetto: l’arte invisibile, Pavesio, 2007) – ci accorgiamo che le vignette di Battaglia evocano più mistero al diminuire della tensione nel testo. L’autore si serve di transizioni “da-azione-ad-azione”, il collegamento tra le vignette è decisamente marcato e rende la scena concitata e immersiva, ma al netto della prima e dell’ultima immagine – le due che mettono più pressione al lettore – la meno spiazzante è sicuramente la seconda perché rappresenta una conseguenza logica prevedibile, al contrario di quella introduttiva che fa leva sul distacco deflagrante tra parola e immagine.

 

In entrambe, comunque, è l’uso anomalo del bianco a lasciare stupefatti. Non sempre un’immagine ombrosa risulta misteriosa, ma di sicuro il mistero può scaturire anche da ciò che manca di definizione, che è molto pallido e rarefatto. Anzi, in molti casi sono proprio le immagini più bianche a risultare oscure, perché l’assenza di una tinta sottrae le certezze, rende indistinti gli sfondi e mette a nudo il contenuto, non lascia che possa sfuggire al nostro sguardo. Nella logica di Battaglia il bianco ha un valore doppiamente simbolico: da un lato, nella sua impassibile vacuità mette in discussione i valori borghesi che i due personaggi stanno tradendo, mentre dall’altro li circoscrive, si accerta che siano loro i veri protagonisti della scena e non la natura che li circonda – la quarta vignetta addirittura è rimasta priva dei margini, segno che ormai i due sono completamente alienati dalla pagina e l’attenzione è tutta su di loro.

 

Il bianco, insomma, nel vuoto narrativo che simboleggia nella grammatica del fumetto, è il motore ideale per infondere quella punta di brivido che si diceva. Ed è un dettaglio che il lettore dà per scontato, proprio quel dettaglio che è alla base dell’intero racconto o – come in questi casi – di un’intera tavola.

Marvin Dice su Spotify