The End of the F***ing World e I Am Not Okay With This. L'adolescenza in chiave pulp.

Felice sesta settimana in quarantena!

 

Per quanto ce la tiriamo raccontando quante cose belle e fighe stiamo riscoprendo grazie al TANTISSIMO tempo libero a disposizione, devo dire che ormai niente riesce più a placare la mia adrenalina da reclusa. Come tutti all’inizio della quarantena ho chiesto aiuto a Netflix. In preda all’inquietudine da iperproduttività, ho stilato una lista di serie da guardare, ma dopo qualche piccola delusione ho deciso di rispolverare una vecchia (in realtà non proprio) passione, The End of the F***ing World, affiancata dalla sua sorella più giovane, I Am Not Okay With This. Giovani e disadattati, con super poteri o meno, questi sono i personaggi nati tra le pagine delle graphic novel omonime di Charles Forsman e raccontati nelle rispettive serie dalla regia di Jonathan Entwistle.

 

Partiamo dall’inizio.

 

The End of the F***ing World, dopo aver ottenuto un enorme successo nel Regno Unito, distribuita prima su Channel 4 e poi in tutto il mondo su Netflix (2017), torna a gamba tesa con la seconda stagione a fine dello scorso anno. Un aspirante serial killer e un’adolescente ribelle ossessionata del sesso e dal cibo intraprendono un folle e audace road trip, cercando di evadere dalle famiglie tanto odiate e da una routine che li esaspera.

 

James (Alex Lawther) è un diciasettenne apatico orfano di madre, suicidatasi davanti ai suoi occhi. Dopo aver passato gran parte della sua adolescenza ad ammazzare piccoli animali, decide che è arrivato il momento di sperimentare un upgrade e «uccidere qualcosa di grande, molto più grande». Qui entra in gioco Alyssa (Jessica Barden). Lingua tagliente, diciassette anni, vive con la madre Gwen (Christine Bottomley), l’odioso compagno di lei, Tony (Navin Chowdhry) e i gemelli figli della coppia: un quadretto perfetto, ancor più perfetto senza Alyssa. La ragazza decide di fuggire – qualsiasi situazione è meglio di quella vissuta casa, perfino trasferirsi dal padre Leslie (Berry Ward), personalità assente dalla sua vita e totalmente idealizzata.   

I paesaggi, le location e i personaggi che incontrano durante il loro viaggio, in entrambe le stagioni, creano un universo distopico e non convenzionale rispetto alla Gran Bretagna che conosciamo: un luogo ai margini della società dove i grandi, cinici, violenti, a volte mostri, rappresentano l’ostacolo. The End of the F***ing World racconta il dramma dell’adolescenza in chiave dramedy pulp; la colonna sonora, la fotografia e le voci off dei protagonisti sono il sottofondo che accompagna le avventure della giovane coppia.

Dopo averci lasciati con le budella attorcigliate per via del finale tutt’altro che rassicurante, i due amanti

(ops spoiler), tornano in una seconda stagione più calma dove sono costretti ad affrontare i loro traumi legati al crimine sconvolgente di cui si sono macchiati nel corso della prima stagione. La struttura narrativa non cambia: episodi brevi e questa volta con sviluppi meno frenetici. Ma il colore pulp della prima stagione si trasforma in dark: tutto si fa emotivamente più cupo, a partire da Alyssa, traumatizzata dal tremendo crimine di cui si è macchiata nella prima stagione e dall’assenza di James nella sua vita, che ora lavora nella tavola calda della sorellastra della madre, e sembra accontentarsi della sua stessa esistenza. Anche la vita di James cambierà in modo significativo: ritrovatosi a vivere in auto, il suo personaggio seguirà un declino oscuro lungo il corso dell’intera stagione.

 

I due protagonisti non sono più solo due adolescenti, non stanno più scappando, ma stanno affrontando un percorso, e il ritmo si fa inevitabilmente più lento. Cercano costantemente di guardare dentro loro stessi e imparano, finalmente, a dar voce ad alcuni sentimenti nascosti. Non volendo spoilerare oltre, passerò a un’altra serie figlia della coppia Forsman-Entwistle, con l’aggiunta dei produttori di Stranger Things e, questa volta, Netflix original: I Am Not Okay With This.

 

Uscita lo scorso 26 Febbraio, anche I Am Not Okay With This affronta il tema dell’adolescenza ma, stavolta, con un pizzico di paranormale: Sydney (Sophia Lillis, già vista nei remake di IT insieme al collega Wyatt Oleff), diciassettenne, vive con la madre Meggie (Kathleen Rose Perkins) e il fratellino Liam (Aidan Wojtak-Hissong). Tutti e tre cercano, ognuno a proprio modo, di superare il lutto della morte del padre, suicidatosi qualche mese prima. Sydney, poco socievole ed emarginata da gran parte dei compagni di scuola perché ritenuta “diversa”, intrattiene rapporti solamente con: la sua migliore amica Dina (Sofia Bryant), il vicino di casa Stanley (Wyatt Oleff), il fratellino Liam e il suo diario, valvola di sfogo suggeritagli dalla psicologa scolastica per elaborare il lutto. Le confidenze diaristiche diventeranno voce interiore e narrante di tutta la serie (esattamente come le voci-off di James e Alyssa). L’esistenza di Sydney cambia quando, aizzata dalla gelosia nei confronti del ragazzo di Dina, svela a sé stessa, e a noi, di avere poteri soprannaturali. Queste stranezze telepatiche si fanno metafora dei cambiamenti durante l’adolescenza, di quegli aspetti di sé che ad un tratto emergono: in questo modo, I Am Not Okay With This racconta quanto sia difficile il meccanismo di accettazione, soprattutto nella fase delicata e vulnerabile della crescita.

 

Sydney, rispettando a pieno i termini della metafora, per molto tempo negherà e rifiuterà i suoi poteri.

Se la breve durata degli episodi, 20/25 minuti, ci permette in The End of the F***ing World, di seguire le storie nella loro dinamicità e senza perderci troppo in parti un po’ noiosette, in I Am Not Okay With This, il rallentamento della narrazione ci dà l’impressione di un allungamento forzato della trama. A mio parere i presupposti sono chiari, ma la prima stagione sembra essere solamente un preambolo. A differenza di The End of the F***ing World non ci sono enormi sviluppi nella trama e nemmeno grandi evoluzioni dei personaggi – soprattutto quelli secondari – e le scoperte fondamentali arrivano lentamente. Questa indolenza non ha però un’autentica ragion d’essere, e gli sviluppi potrebbero esaurirsi più velocemente. Il tutto porta a un finale che in realtà sembra il vero inizio.

Ponendo le serie a confronto, The End of the F***ing World vince il duello senza soluzione di pareggio. Ciononostante non mi sento di condannare, almeno non pienamente, I Am Not Okay With This. Le analogie fra le due serie sono numerose. È curioso che sia James che Sydney siano orfani di un genitore, entrambi suicidi e di sesso opposto. Questi eventi potrebbero anche raccontare la difficoltà di entrambi nell’approccio verso l’altro sesso. Non è certo un caso, infatti, che la scelta di James come prima vittima sia una ragazza.

 

Il rapporto con i genitori (in vita), contraddistinto da assenza di dialogo e perenne conflitto, costituisce un altro punto in comune tra le due serie. Le figure genitoriali vengono puntualmente disprezzate, perché incapaci di assolvere a compiti di sostegno o garantire una struttura familiare solida.

 

Le voci-off narranti di entrambe le serie accentuano inoltre le contraddizioni dei personaggi: i pensieri non corrispondono mai a quello che vogliono dire, e questa contrapposizione suscita ambiguo umorismo, sospeso tra la comprensibile leggerezza adolescenziale dei protagonisti e il mood grottesco del loro universo. E a proposito di universo, per restare in tema Pasqua, pare che in I Am Not Ok With This gli autori si siano divertiti a nascondere alcuni Easter eggs, come la foto di James e Alyssa su un giornale appoggiato sul tavolo, o le iniziali The End Of The F***ing World su una pagina del quaderno di Sydney. Questi e altri indizi lascerebbero intendere che non solo le due serie sono ambientate nello stesso universo ma che le vicende si svolgono, più o meno, lungo la stessa linea temporale.

 

In entrambe le opere l’attenta selezione dei brani crea un mix sonoro che scandisce il ritmo e l’emotività, accompagnando la trama e creando l’illusione di un non tempo dalle sfumature vintage. Sfumature accentuate anche dalla fotografia, dai toni cupi ma anche caldi, che ha saputo offrire una cromia peculiare per ogni personaggio o scena, mantenendo una coerenza salda nel corso di tutta la storia.

 

Per concludere, pregio maggiore di entrambe le produzioni è quello di riuscire a inserire un argomento per nulla originale, come il dramma adolescenziale, in una cornice tutt’altro che ordinaria.

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