i topi del cimitero


I topi del cimitero

Prima di approcciarsi a I topi del cimitero di Carlo H. De’ Medici (Cliquot, dicembre 2019) e gustarne a pieno il valore narrativo (e il sopraffino lavoro editoriale nel ripubblicarlo) è necessario lasciare da parte le nostre influenze e gusti contemporanei sul genere horror e abbandonarci al fascino oscuro e decadente di questa raccolta. Non si tratta soltanto di abituare i propri occhi alla prosa dell’autore, al tipo di narrazione e ai temi affrontati, che possono sembrarci lontani e desueti, ma anche a un tipo di letteratura e di vicenda editoriale che potrebbe arrivare come artificiosa e demodé. Sì, perché come Gabriele D’Annunzio, contemporaneo dell’autore anche se notevolmente più fortunato e celebre, visse la sua vita come un’opera d’arte, così la vita di Carlo H. De’ Medici sembra un racconto dell’orrore.

 

Già dalla prefazione di Federico Cenci, uno dei fondatori della casa editrice romana, la vicenda prende connotati pittoreschi, e lo stesso editore sembra diventare il protagonista di un racconto lovecraftiano. Tutto ha inizio alla fine del 2017, quando una serie di circostanze portano la casa editrice ad acquistare online la raccolta di racconti dal titolo Gomòria, nella sua rarissima edizione originale del 1921 (Facchi editore, ripubblicata nel 2018 da Cliquot): da lì nasce il primo incontro con Carlo Hakim De’ Medici. Lasciate perdere la nobile casata fiorentina: le vicende personali di questo autore e della sua famiglia hanno radici in quella consonante muta e puntata, nascosta ma non completamente cancellata. Il nonno Giuseppe Hakim amministrava la sinagoga Eliyahu Hanavi, in Alessandria d’Egitto; successivamente la famiglia si spostò a Parigi, dove il padre di Carlo, banchiere, si guadagnò una buona posizione, fino ad arrivare a Gradisca d’Isonzo, una piccola località in provincia di Gorizia all’epoca ancora parte dell’Impero austro-ungarico. Due città simbolo della letteratura antica e moderna, Alessandria d’Egitto e Parigi, si legano alla storia dello scrittore senza però toccarlo direttamente, predestinandolo piuttosto a quell’irrequietezza e curiosità tipica degli autori dell’orrore. Non solo scrittore e illustratore, Carlo H. De’ Medici era anche studioso di occultismo e alchimia, passione che, assieme ai suoi vizi mondani, lo portarono a dilapidare il patrimonio familiare.

 

Ogni aspetto della sua vita sembra intrecciarsi con forze oscure, arcane (perfino stabilire la data di nascita non è stato semplice per la casa editrice), mentre della morte ancora non si hanno notizie. L’ultimo spostamento documentato di Carlo H. De’ Medici risale al 1921, quando si trasferì in Lombardia assieme alla madre. La prefazione di Federico Cenci è tempestata di altri aneddoti di questo genere, che preferisco lasciare alla curiosità di chi sia rimasto folgorato dalla descrizione di un autore così atipico rispetto al panorama editoriale contemporaneo.

 

Bisogna ammettere quindi che, nella scena letteraria gotica e orrorifica attuale, dominata perlopiù dall’immaginario kinghiano e dall’estetica lovecraftiana, chi non abbia una base di Poe, Huysmans o, perché no, di Scapigliatura italiana potrebbe faticare ad approcciarsi a I topi del cimitero, anche perché, rispetto ai maestri sopra citati, De’ Medici propone una sua ricetta di orrore particolarissima. Il primo segno distintivo è la scrittura: colta, ricca, a tratti esuberante nella forma e nella ricercatezza. La prosa dell’autore è ben inserita nel panorama del decadentismo italiano, dove certi racconti assomigliano più a inni, tanto è aulico e suggestivo il registro adottato.  La struttura della raccolta si mantiene per lo più quella tipica del genere: alcuni racconti procedono con il classico flashback per poi, ma non sempre, sublimarsi con un colpo di scena finale. Solo la struttura rimane tradizionale, e la narrazione (tutta rigorosamente in prima persona) propone delle suggestioni interessantissime. I racconti di De’ Medici sembrano appartenere a una dimensione del sogno o, più propriamente, dell’incubo: gli spazi, così come il tempo, sono irreali e fumosi, definiti da approssimative indicazioni; i dialoghi sono artificiosi e surreali, come in Madama la morte e La pendola, dove i protagonisti si rapportano rispettivamente con la Morte e  il Diavolo con aplomb e disinvoltura, perfettamente a loro agio con la natura sovrannaturale della contesto; i simbolismi e i riferimenti al mondo dell’occultismo (smaccatamente luciferino) e all’alchimia sono particolarmente pregnanti, come nei racconti Guland e Dopo. Il tutto condito da uno smaccato e beffardo senso dell’umorismo, sadico e nero al punto giusto, come in Quel burlone di Nane. Il libro contiene anche altri quattro racconti della raccolta Crudeltà, dove fra tutti spicca un Madrigale che fa riecheggiare La pioggia nel pineto dannunziana.

 

Infine, a contraddistinguere ulteriormente De’ Medici rispetto a tanti altri scrittori, suoi maestri o contemporanei del genere, è il rapporto con il male. A differenza della maggior parte degli scrittori, che scoprono la propria impotenza di fronte al male che alberga in ognuno di noi (e ne vengono inevitabilmente sopraffatti), l’autore friulano si rapporta con la propria condizione di mediocre e molle umanità, dolendosi per il mancato congiungimento con questo male che, innegabilmente, è sempre una parte del Tutto. L’orrore di De’ Medici è quindi la stessa natura umana, debole, viziosa, perennemente insoddisfatta e annoiata: niente di più del perfetto ritratto dell’uomo decadente. È importante sottolineare che a questo ritratto l’autore non imprima un giudizio morale, essendo lui stesso amante e cultore del vizio, ma lo disegni con rammarico e malinconia, conscio della propria natura meschina ed effimera, in rapporto con un universo così complesso e misterioso.

 

Un altro grande merito dell’opera è la qualità dell’impaginazione e della grafica. Inserita all’interno della collana Fantastica delle edizioni Cliquot (così come Gomòria) la raccolta contiene le xilografie originali dell’autore, e il progetto grafico risulta una delizia per gli occhi. Averlo tra le mani, sfogliarlo e soffermarsi sulle sue lugubri illustrazioni restituisce quel gusto e quell’estetica di inizio Novecento, propria delle etichette delle bottiglie di assenzio, delle locandine dei teatri e anche e soprattutto di molta letteratura di genere illustrata.

 

Ricollegandosi alla premessa iniziale, si capisce perché per godere a pieno dell’opera sia necessario un atto di fiducia, scegliendo di immergersi nel mondo, nell’immaginario e nel cuore di un secolo fa. Nell’era in cui, in meno di un secondo, accediamo a migliaia di informazioni provenienti da ogni parte del mondo, è difficile accettare di essere solo la punta dell’iceberg di un mondo sommerso e sconosciuto, capace di mettere in discussione le nostre certezze. La cura del lavoro di Cliquot nel consegnare ai lettori un autore così unico nel suo genere merita questo atto di fede (diabolica), abbandonandosi alle torbide trame dei racconti di Carlo H. De’ Medici e della sua cripta.

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